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Torino - 27 maggio 2003
 
 
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03.03.2003 - Palazzo Mazzonis diventa un museo
Due raffinati giardini giapponesi, uno di rocce e ghiaia, ordinate a simulare onde marine, l´altro ricco di muschi e giochi d´acqua, saranno messi a dimora in spettacolari teche di vetro. Entro il 2005 diverranno vanto del cortile barocco di un palazzo signorile di Torino, ancora poco noto. E´ quello che dal 1728 al 1731 offrì lavoro come «lacchè» al giovane Jean Jacques Rousseau e che ora, con oltre 10 milioni di euro, viene ristrutturato dal Comune per ospitare il nuovo «Museo di Arti Orientali». La residenza è citata nelle «Confessioni» del grande filosofo, ma pochi la conoscono e l´hanno finora visitata, perché per secoli è stata casa privata. Si trova in via San Domenico 11, angolo via San Agostino. La sobria facciata non svela l´elegante intimità interna, attenta a non apparire al di fuori di se stessa. Il portone, severo, è pudico custode di quel decoro tutto torinese che evita d´annunciare ai passanti estranei l´originalità delle sue prospettive e dei suoi interni. Sono attribuiti all´architetto Benedetto Alfieri, anche se non c´è documento che ne parli.

Poco si sa anche della storia dell´edificio. Esisteva già nel 1639. Accolse suore Cappuccine dal 1640 al 1644. Nel 1656 aveva un cortile quadrato, ma diverso dall´attuale, che s´affaccia su una raffinata esedra. Una palla da cannone incastrata nei muri lo raggiunse durante l´assedio austro-russo del 1799. Il palazzo allora apparteneva ai marchesi Solaro della Chiusa, originari fondatori, che nel 1761 l´avevano riacquistato dal conte Ottavio Francesco Solaro di Govone, il datore di lavoro di Rousseau. I Della Chiusa vissero a palazzo fino al 1830, poi gli eredi lo vendettero a Clemente Solaro della Margherita. Questi, nel 1861, vi aggiunse il fabbricato di via San Domenico 9, ma alla sua morte il figlio Carlo Alberto cedette tutto al «cavaliere Paolo Mazzonis», un industriale tessile nominato «barone di Pralafera» nel 1880. Questi trasferì qui gli uffici della «Manifattura Mazzonis s.n.c.», rimasta in attività fino al 1968. Gli appartamenti divennero anche residenza. Il barone Ottavio, pittore, allievo di Nicola Arduino, arricchì di stucchi lo scalone e nel 1955 vi dipinse affreschi allegorici. «Il Comune - ricorda l´assessore alla Cultura Fiorenzo Alfieri - acquisì la dimora nel 1980, per 500 milioni di lire. Dal 1982 al 1986 vennero investiti oltre tre miliardi di lire, per opere di restauro, nella prospettiva di ricollocarvi gli uffici giudiziari, fino alla costruzione della Cittadella Giudiziaria».

E ora? «Questo palazzo, per secoli così appartato, diverrà punto di richiamo della Torino olimpica. L´architetto torinese Andrea Bruno, artefice della trasformazione in museo del Castello di Rivoli, lavora a Palazzo Mazzonis per allestire il nuovo Museo d´Arte Orientale, su progetto scientifico del professor Franco Ricca, torinese pure lui, uno dei massimi esperti internazionali d´arte tibetana». Che cosa vedremo? «Il museo - spiega Bruno - si articolerà su tre livelli. L´accesso avrà luogo dall´atrio d´onore, collegato a destra con le biglietterie e a sinistra con il guardaroba, entrambi molto sobri». La sorpresa si avrà lungo il «percorso delle carrozze». Si spalancherà sul «cortile barocco, protetto da una vetrata. Vi verrà inserita all´interno una vetrina di 250 metri quadri, divisa in due serre chiuse, contenenti giardini giapponesi. Quello di sinistra simulerà con ghiaia le onde marine che s´infrangono su rocce, a simboleggiare il correre del tempo. L´altro avrà muschi, vasche e canali d´acqua. In mezzo transiterà il pubblico, su una passaggio in bambù e legno, fino a raggiungere l´esedra che condurrà all´esposizione». «Catturerà subito il visitatore - spiega Ricca - con una spettacolare rassegna di statuaria, influenzata dalla cultura indiana e buddista. Avremo esemplari Gandhara, formelle con storie del Buddha. Si passerà poi alle culture manifestatesi in India dai primi secoli avanti Cristo al Trecento, per culminare con le statue birmane, cambogiane e thailandesi». Si salirà quindi al primo piano. «Accoglierà la "Galleria cinese" con 320 pezzi della collezione della Fondazione Agnelli, che spazia dall´epoca neolitica al 907 dopo Cristo. Seguirà la sezione giapponese, dislocata su due livelli, con xilografie, paraventi, kimono, piatti e lacche. Al terzo piano s´incontrerà il Tibet, con tempere sacrali thang-ka, sculture, particolari di templi dorati e collezioni rafforzate da recenti acquisti del Comune e soprattutto della Regione. L´insieme verrà completato da una sezione islamica dal XII secolo al `600 provenienti da Persia, Siria e Turchia».

Quale rilievo avrà il Museo al suo compimento? «Sarà più piccolo di quello di Palazzo Brancaccio a Roma, il più importante d´Italia. Ma avrà pari qualità e prevarrà per quanto riguarda la cultura Gandhara» assicura Ricca. «Ci vorranno però dieci anni d´acquisti per averlo a regime, magari con prestiti di collezionisti, che invitiamo a farsi avanti».

Maurizio Lupo

 
 
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