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05.03.2003 - La musica cerca casa
Tant´è vero che ha dovuto ripiegare sul Propaganda, locale abitualmente destinato a discoteca. Le cose stanno davvero così? Facciamo l´appello. Per gli eventi di massa c´è il Delle Alpi, ma - si sa - gli stadi sono concepiti per il calcio (l´impianto di corso Grosseto neanche per quello, in verità...) e il prato patisce a essere calpestato da folle oceaniche. In più, ora diventerà proprietà della Juve...

Ecco poi le soluzioni estive, tutte provvisorie: Pellerina, Borgaro, Collegno e - per una stagione sola - Stupinigi. Unica area indoor di ampie dimensioni è il Palastampa: capiente fino a quasi 10mila persone nel formato maggiore, che diventano 2mila nella versione "mignon". Ma in quel caso vale il "teorema Consoli": la qualità del suono è sotto la sufficienza. I teatri, allora: i due Regio, grande e piccolo, così come il Conservatorio, rappresentano opzioni praticabili solo con eventi di limitato impatto acustico - jazz, cantautori e simili. Eccezioni, non certo regole. Lo stesso dicasi per il Colosseo e il Nuovo, che pure a volte si affacciano verso il rock: ma il secondo è costituzionalmente inadatto a ospitare concerti, mentre il primo - sostengono i promoter - è caro da affittare, e comunque in entrambi i casi la capacità di accogliere pubblico supera di poco le 1.000 unità. Restano i club, che tanto piacciono a Carmen Consoli: Barrumba, Hiroshima Mon Amour, Faster... Il guaio è che superati i 500 spettatori, diventano invivibili.

Morale: per uno show di medie dimensioni (1.500/2.500 presenze) Torino non ha soluzioni da proporre. C´era il Big, ma è diventato un Bingo. Milano, per citare l´esempio più vicino, ha l´Alcatraz e il Rolling Stone. La questione non è nuova, in verità. Giusto due anni fa era stata denunciata dallo staff di Musica 90, curatore della rassegna "Dalle nuove musiche al suono mondiale": manifestazione nomade suo malgrado fra Regio grande e piccolo, Nuovo, Colosseo, Juvarra e Procope. "Sentiamo la mancanza di un luogo concepito per la musica e a essa dedicato", affermava Gianpiero Gallina, che ne è direttore artistico. E furono convocati incontri con musicisti, intellettuali e addetti ai lavori, tutti concordi nel sottoscrivere l´enunciazione di cui sopra, con tanto di corredo telematico sul forum dell´agenzia. Ovviamente non è successo nulla.

E siamo allora al cuore del problema. La sensazione è che l´amministrazione pubblica sia disinteressata all´argomento. Gli spazi per la musica, ma anche la musica in sé. Non che non spenda: spende male, "Settembre Musica" - unica "eccellenza" internazionalmente riconoscibile e riconosciuta - a parte, ma siamo sul versante colto. Gli esempi più eclatanti sono i festival estivi e il fu Salone della Musica. Nel primo caso inseguendo la chimera degli eventi di portata nazionale sbandierati dai promoter di turno: alla fine mai davvero tali, come si può constatare osservandone i riflessi pressoché nulli sui media nostrani. Nel secondo affidando a mani incerte la gestione delle due edizioni (1998 e 1999) che portarono al collasso la manifestazione, dopo che le due precedenti l´avevano viceversa fatta decollare almeno in termini di visibilità. Miliardi di lire, ora milioni di euro, letteralmente volatilizzati, senza che fosse raggiunto l´obiettivo: ridare a Torino un ruolo centrale nello scacchiere della musica italiana. Era stato così negli anni Ottanta, quando in città circolavano artisti in esclusiva nazionale o quasi: Rolling Stones, Marley, Dire Straits, Madonna... E così è ancora adesso sul piano della produzione autoctona: si chieda ai vari protagonisti della scena locale - Subsonica, Africa Unite, Mau Mau, Linea 77, Perturbazione... - che cosa sentono dire girando la penisola per concerti a proposito di Torino - ha una fama da capitale del rock, meritata o meno che sia. Senza dimenticare che alcuni tra i maggiori protagonisti della dance italiana - dagli ora "sanremesi" Eiffel 65 a Gigi D´Agostino passando per Mauro Picotto - hanno origine e base in zona. Le risorse non mancano, insomma.

Il deficit si registra sul piano delle infrastrutture. E allo stato delle cose, disgregata com´è la condizione attuale, non è nemmeno il caso di immaginare faraonici investimenti pubblici. Basterebbe anche solo l´attenzione "politica" che è stata riservata al cinema. L´istituzione di una Music Commission, dove far convergere le forze migliori della città (musicisti, produttori, associazioni culturali e così via), consentirebbe quanto meno di affrontare la questione in modo sistematico. E in verità qualcosa in campagna elettorale era stato ventilato: addirittura l´idea di una Casa della Musica, sostenuta personalmente da Max Casacci dei Subsonica. Ma si sa, spesso ciò di cui si parla prima delle elezioni evapora poi all´apertura delle urne. Resta tuttavia il problema: irrisolto e ogni giorno un po´ più incancrenito. Anche alla luce del famoso "sogno olimpico", che vorrebbe la città in metamorfosi intorno allo snodo del 2006, sarebbe forse il caso di affrontarlo una volta per tutte.

Alberto Campo

 
 
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