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Torino - 18 maggio 2003
 
 
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26.05.2002 - Dopo un secolo nasce la città dei mille volti
Gli studiosi che analizzano Torino: "il cambiamento è cominciato da tempo" Fondazione Agnelli: "Non inventiamo volontaristicamente delle vocazioni, ma capiamo come valorizzare le risorse che ci sono." Eau Vive Comitato Rota:"Impegno di tutti per andare avanti. Bilbao ha sottoscritto un contratto con il governo." Istituto Gramsci:"Noi crediamo nel museo diffuso che trasmetta la memoria di lavoro, industria e conflitti del '900." A leggerla sulle ricerche degli analisti Torino è una gran città. Appollaiate sulle spalle porta le zavorre di sempre, come il relativo isolamento infrastrutturale, o quelle più recenti, come le modeste nascite, ma la città da oltre vent'anni sferzata da una pesante deindustrializzazione, ha messo in campo una capacità di reazione forte. Lo dicono, con toni più o meno ottimisti, i soggetti culturali che da anni studiano Torino e analizzano il suo presente per immaginarne il futuro. Ma anche per contribuire a determinarlo. Perché spesso è anche il clima psicologico di una collettività, o di parte di essa, che genera le condizioni per una ripresa o per uno stiracchiato vivacchiare o addirittura per un declino. Naturalmente - sottolineano quasi tutti gli enti di ricerca - nulla è scontato; convulsioni nello sviluppo sono ancora possibili soprattutto se si dovesse verificare una repentina grave crisi dell'auto. Ma c'è una massa di cose che si muovono - da nuovi settori come l'Ict a innovazioni dell'immagine come il filone turistico - che lasciano aperte porte alla speranza. Paolo Burani dell'Ires - che nel 2001 ha prodotto una relazione di scenario decennale intitolata «Verso una economia della conoscenza» - spiega: «II modello del Piemonte è molto forte, tra i più interessanti del Nord-Ovest, perché ha assorbito crisi che potevano essere di difficile recupero e ha elaborato una cultura del progetto che ha portato, ad esempio, Torino a essere l'unica città dotata di un piano strategico». Aggiunge: «Qui i fondi comunitari dell'obiettivo 2 sono stati usati non per sopravvivere, ma dentro un progetto complessivo di sviluppo con una buona interazione pubblico-privato». Analizza: «In questo momento è difficile capire quanto la crisi attuale dell'auto diventerà strutturale e non congiunturale; se verrà diluita nel tempo sarà reggibile perchè Torino si è già molto diver- sificata e penso, ad esempio, alla Mirafiori dei servizi che è nata accanto alla Mirafiori della produzione». Comunque malgrado tutto quello che è accaduto negli ultimi anni - compresa la crisi dell'export - «il reddito torinese è ancora superiore alla media nazionale». La città dai variegati volti è anche l'idea forza del lavoro scientifico della Fondazione Agnelli e il direttore, Marco Demarie, spiega: «In questi anni abbiamo lavorato perchè di Torino si possa dire che è più cose e non una cosa sola. Torino è una città dai molti saperi e anche dai molti fascini. Le Olimpiadi sono una grande occasione anche per questo». Aggiunge: «Il nostro metodo è stato quello non di inventare volontaristicamente delle vocazioni, ma capire come si possono valorizzare innovativamente le risorse che già ci sono. In questa linea, si possono ricordare i nostri studi sulla dimensione scientifica e tecnologica di Torino, sulla valorizzazione del suo patrimonio museale e culturale, l'accento posto sulle strutture for- mative». Demarie si dice consapevole che in città esiste «una consistente base sociale che comprensibil- mente esprime incertezza e preoccupazioni per il futuro», ma ritiene che si stia effettiva- mente «allargando quella porzione di società locale interessata a sperimentare imprenditivamente le opportunità che si presentano in diversi settori». Se uno dei problemi di Torino - che è stata una città di punta e totalmente novecentesca - è quello dell'identità la Fondazione Istituto Gramsci proprio sulla memoria del Novecento sta lavo- rando da tempo con un obiettivo: creare a Torino un museo del secolo scorso che - nell' ambito di un distretto museale - attragga studiosi, ricercatori, ma anche semplici visitatori. Spiega il direttore Sergio Scamizzi: «Noi sosteniamo la progettazione di beni culturali e in particolare del distretto museale di cui discuteremo a Torino Intemazionale. E vogliamo affrontare il nodo della memoria del '900 con un museo sull'industria e il lavoro. Capire il secolo appena concluso si può fare, meglio che altrove, qui dove ci sono ancora le presse e i computer a scheda e dove è ancora diffusa la storia del conflitto». Scamuzzi pensa a un museo «diffuso» nella città, e domanda: «Dove si può fare se non a Torino?». Eau vive e comitato Giorgio Rota si sperimentano da tempo nel cogliere i segni di cambiamento e da tre anni realizzano un rapporto sulla città. La presidente di Eau vive, Giuseppina De Santis, ricorda: «Quattro anni fa la percezione della trasformazione si percepiva meno di ora». Per il futuro De Santis non sfodera certezze: «Se la crisi dell'auto avviene a tempi brevi tutto sarà più difficile perché ci sarà una sfasatura tra le porte che si aprono e quelle che si chiudono. Però ci vuole l'impegno di tutti e io penso, ad esempio, a Bilbao dove il comune ha fatto un contratto con il governo per cambiare e ha avuto sostegno sociale e investimenti».

Marina Cassi

 
 
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