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Torino - 22 maggio 2003
 
 
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10.03.2003 - L'economia del nordovest e la guerra
Si avverte una strana rimozione che fa della guerra, annunciata e imminente ancora una volta nella regione del Golfo, un argomento temuto e tuttavia appena sussurrato. Quasi che trasformandolo in una sorta di tabù da affidare al silenzio, serva a scongiurarlo. In questi giorni in cui si discute di tutto, dal festival di Sanremo al nuovo vertice della Rai per dire due pratiche fortunatamente chiuse, è piuttosto curioso notare come un conflitto dal quale pare debba separarci una settimana lasci indifferente alcuni ambienti come se un conflitto dalle conseguenze inimmaginabili possa essere soltanto una partita aperta tra gli Stati Uniti e il dittatore di Bagdad accompagnata dalla coreografia dei pacifisti di ogni colore.

Le migliaia di bandiere iridate, che dai balconi di Torino segnalano in modo inequivocabile il desiderio di pace, denunciano in qualche modo questo silenzio fortunatamente più prossimo alla speranza di una svolta che allontani e cancelli la minaccia di un conflitto che non al favoreggiamento del medesimo. Esprimono una preoccupazione per un evento che, anche quando si concludesse senza sacrifici di vite umane -cosa auspicabile quanto improbabile- avrebbe effetti devastanti nei rapporti tra paesi sul piano economico e sarebbe comunque destinato ad approfondire il solco tra le aree povere e quelle ricche del Pianeta. Ma si ha come la sensazione che si tratti dell´inquietudine di gente comune contrapposta a una specie di indifferenza degli ambienti industriali e finanziari che, fuori dal perimentro delle convinzioni private di chi ne fa parte, dovrebbero quanto meno avvertire i pericoli di un fall down su un´economia che già così com´è si presenta male in arnese.

Letta da Torino la minaccia incombente di una guerra dovrebbe mostrare anche questo volto. Nessuno potrebbe certo essere accusato di inclinare a un eccessivo allarmismo se provasse a immaginare quale possano essere sul tessuto industriale del Nord Ovest gli effetti di una guerra la cui breve durata per il momento è soltanto un desiderio e una promessa di chi la considera indispensabile e ancor più remota l´ipotesi di un qualche beneficio in termini economici per effetto di una ripresa che sarebbe più esatto definire una ricostruzione di ciò che si è insensatamente distrutto. E´ noto che da tempo le imprese, e non soltanto quelle che hanno mercato nell´area del Golfo allargato al Medio Oriente, al loro normale programma di investimenti e sviluppo accompagnano uno alternativo che tenga conto della guerra.

A cominciare dalla Fiat che, nella situazione in cui si trova ha bisogno di tutto tranne che di dover fare i conti con un conflitto. Non è infatti un mistero che questa sciagurata eventualità avrebbe effetti incalcolabili su un mercato nel quale il gruppo del Lingotto è presente con numerose e importanti fabbriche. Parliamo della Turchia che rappresenta con la Polonia il secondo paese produttore di Fiat in Europa dopo l´Italia. E la Turchia è tremendamente affacciata sullo scenario della guerra. Ma La Fiat non è che un esempio, forse il più vistoso, sicuramente non isolato. Le conseguenze di un conflitto si farebbero presto sentire anche su molte altre imprese del Nord Ovest attive nei paesi arabi del Golfo. I produttori di utensili del Novarese, di abbigliamento di Torino e del Cuneese, le imprese di costruzione, le grandi agenzie di viaggi. Senza contare quegli effetti generalizzati derivanti dal prezzo del petrolio e, problema non secondario, da un peggioramento dei rapporti anche tra l´Italia e altri paesi che apparentemente non hanno a che fare col Golfo e con l´Iraq sotto l´aspetto geopolitico. Per tutte queste e altre ragioni c´è da auspicarsi che anche il mondo imprenditoriale, per quel che ancora può servire, provi a fare qualche riflessione e si unisca, a modo suo, senza sottovalutare i rischi della guerra o, ancora peggio, illudersi di trarre vantaggi.

Salvatore Tropea

 
 
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