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10.03.2003 - Piemonte, paradosso apparente
Paradosso Piemonte: nella regione aumenta il numero di occupati e, allo stesso tempo, sale il tasso di disoccupazione. I dati Istat, già ampiamente elaborati dall'Osservatorio regionale del mercato del lavoro, evidenziano questa apparente contraddizione. Infatti, se l'anno scorso gli occupati ammontavano a 1,793 milioni, nel 2001 erano 1,785 milioni: si è, quindi, registrato un incremento dello 0,4 per cento. Nel 2002, poi, il tasso di disoccupazione si è attestato al 5,1%, in crescita rispetto al 4,9% di due anni fa.

«Questo significa - commenta Gilberto Pichetto, assessore regionale all'Industria - che il mercato del lavoro si sta allargando, con nuove persone che iniziano a cercare una occupazione. È un fatto positivo, perché fa aumentare il tasso di attività della popolazione del Piemonte, portandolo in linea con quello dei principali Paesi europei:"non dimentichiamoci che gli accordi comunitari pongono come obiettivo, per il 2010, un tasso di attività Ue pari al 70%». Infatti, secondo i calcoli dell'Osservatorio, nel 2002 il tasso di attività del Piemonte ha raggiunto il 65%, contro una media italiana del 61 per cento. Tante specializzazioni produttive, che hanno ciclicità diverse, comportano per il Piemonte molti mercati del lavoro: con dinamiche differenti, sia per il tasso di disoccupazione sia per l'andamento del numero di occupati. Il maggiore tasso di disoccupazione, pari al 6,2% (uguale a quello del 2001), è della provincia di Torino; a ruota, il Verbano Cusio Ossola con il 5,7% (4% nel 2001), Alessandria con il 4,5% (4,1% due anni fa), Novara con il 4,5% rispetto a 3,7% del 2001, Biella con il 4,1% (2,7% nel 2001), Vercelli (3,6% contro 2,7%), Cuneo (3,1% nel 2002 e 3,2% due anni fa) e Asti (2,9% l'anno scorso e 3,2% nel 2001). Per quanto riguarda il numero di occupati, il risultato migliore è quello del Verbano Cusio Ossola, dove è aumentato del 5,9%; Novara ha fatto registrare un + 4,2%; Biella + 2,9%; Cuneo +1,4%; Alessandria +1,1 per cento. Negative le performance di Vercelli, dove gli occupati sono calati del 6,1%; Asti è diminuita dell'1,8%, Torino dello 0,5 per cento.

«Al di là delle peculiarità delle diverse province - precisa Roberto Strocco, responsabile dell'ufficio studi di Unioncamere Piemonte - il dato di fondo è l'allargamento del mercato. Questo è il risultato di una maggiore partecipazione delle donne e, soprattutto, dell'introduzione di elementi di flessibilità: i posti in più sono quasi tutti espressione di contratti flessibili, ad esempio quelli part-time». A dimostrame l'incidenza, è la diminuzione del monte ore lavorato, pari al -3,5%: complessivamente, nel 2002, è stato di 64,772 milioni di ore, contro i 67,10 milioni del 2001.

L'evoluzione del mercato del lavoro dimostra, quindi, il graduale attecchimento degli struenti contrattuali aratterizzati dalla flessibilità. «Questo allargamento - commenta l'economista Pietro Tema, segretario della Pederpiemonte - è la prova della validità delle tesi confindustriali a favore della flessibilità. Tanto più perché esso si è verificato in una situazione di congiuntura bassa. E, se ce ne fosse bisogno, dimostra ancora una volta quanto sbaglino i sostenitori dell'irrigidimento del mercato del lavoro».

Silvano Berna, segretario regionale della Confartigianato e membro del direttivo del Cen- tro studi unitario per l'artigianato, evidenzia come questa dinamica sia collegata a un trend storico: è dagli anni Ottanta che la grande impresa perde posti di lavoro, mentre le piccole e medie aziende continuano a produme di nuovi. La flessibilità, per le imprese artigiane, è una risorsa essenziale, perché per- mette di calibrare la forza lavoro in funzione della domanda, ma può rappresentare, a volte, un'arma a doppio taglio. Da adoperare, quindi, con cautela. «Un mercato del lavoro meno rigido - puntualizza Berna - è una condizione essenziale per tutti. Anche se, per le mansioni altamente specializzate, l'assunzione stabile è indispensabile: in molte Pmi, l'investimento su professionalità raffinate è vitale. E, in questi casi, l'imprenditore non può permettersi che collaboratori validi lascino il posto di punto in bianco».

Paolo Bricco

 
 
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