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Torino - 28 luglio 2003
 
 
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12.03.2003 - Effetto guerra, 500 milioni in bilico
Apparecchi meccanici, mezzi di trasporto e gioielleria: ecco i settori dell´industria piemontese che rischiano di più se scoppia la guerra in Iraq. In generale, i dati di interscambio con il Medio Oriente e l´area del Golfo, la zona più calda, sono relativamente bassi e rappresentano appena il 2,1 per cento del totale delle esportazioni della regione, pari a 464,03 milioni di euro nei primi nove mesi del 2002, già in flessione di 166 milioni rispetto all´anno precedente.

Il Piemonte, ipotizzando una soluzione in tempi rapidi della crisi, non dovrebbe subire gravi scossoni. Almeno questa è la tesi più accreditata fra gli esperti. «I Paesi più importanti sono l´Arabia Saudita, Israele e gli Emirati Arabi- spiega Roberto Strocco, responsabile dell´Ufficio studi di Unioncamere - ma l´impatto non è numericamente elevato e un conflitto colpirebbe soprattutto gli apparecchi meccanici, settore che rappresenta il 31,4 per cento dell´export verso la zona, pari a 145,63 milioni di euro». Ma hanno un buon mercato anche i mezzi di trasporto (pari all´11,8% del totale, con un valore di 54,61 milioni) e la gioielleria, forte nel polo valenzano, che rischia una flessione del 10 per cento, circa 50 milioni di euro in termini assoluti: una cifra consistente per un segmento che realizza il 70 per cento del suo giro d´affari con le vendite all´estero. C´è anche una piccola quota di alimentare, 60 milioni di euro di prodotti dolciari che verrebbero «schiacciati» dagli effetti bellici, e di tessile, pari a 30 milioni di euro.

«Per quanto riguarda gli altri mercati, sempre nel breve termine, non si prospettano problemi perché la posizione del governo non dovrebbe far emergere situazioni di boicottaggio commerciale da parte, ad esempio, dei consumatori statunitensi, molto più probabile nei confronti della Francia e della Germania» aggiungono gli esperti degli uffici studi. Anzi, il Piemonte potrebbe essere avvantaggiato, soprattutto i settori tessile, dell´abbigliamento e l´enogastronomia «anche se è un´eventualità - spiega Renato Lanzetti, ricercatore dell´Ires - non auspicabile, come del resto la guerra. Le misure protezionistiche non aiutano l´economia e, anche per la nostra regione, dove non si è ancora smaltita la crisi Fiat, sarebbero deleterie».

Non bisogna dimenticare alcuni risvolti interni, visto che è il settore auto che «potrebbe risentire del peggioramento del clima di fiducia. Una guerra, al di là degli effetti immediati - osserva Mauro Zangola del Centro studi dell´Unione industriale di Torino - ha sensibili ripercussioni sul clima psicologico e sulle decisioni di spesa delle famiglie e delle imprese. Non si possono fare facili previsioni, il tutto dipende dalla rapidità con cui si risolve il conflitto».

Gli umori tra gli imprenditori non sono buoni, anche perché «si stanno già scontando i timori - spiega Giuliano Lengo, direttore del Centro estero della Camera di commercio - di un attacco degli Stati Uniti all´Iraq. I mercati anticipano sempre le situazioni e stiamo vivendo un momento "pre-bellico" difficile, in cui l´incertezza non è certo amica dell´economia. La volontà di continuare nei progetti, di continuare ad investire c´è, ma i meccanismi, in un certo senso, si imballano. Basta un esempio: fra le varie realtà che seguiamo c´è ne una che sta per chiudere un affare in Iran, impegnando anche molti soldi. Ora l´imprenditore non sa cosa fare, se continuare nel progetto, se lasciare perdere, insomma come muoversi. Questa, a causa della crisi, si potrebbe trasformare in un´occasione mancata».

Diego Longhin

 
 
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