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12.03.2003 - Pininfarina, l'auto è di casa
Quando incontrò Henry Ford, all´inizio degli anni '20, rifiutò la proposta di andare a lavorare per lui: «È meglio essere la coda del proprio pesce - gli rispose - che la testa del pesce di un altro». Il giovane Battista Farina pronunciò, in quel momento, il motto che avrebbe guidato le scelte dell´azienda di famiglia. Un principio che oggi il nipote Andrea traduce con «collaborazione e autonomia», che poi significa lavorare per tutti ma non legarsi a nessuno. È in questo modo che l´azienda di Grugliasco è riuscita a crescere sia negli anni del successo Fiat che durante le crisi di Mirafiori. A produrre carrozzerie per gli Agnelli e per i giapponesi senza farsi venire la erre moscia o gli occhi a mandorla. Un´autonomia che ha anche avuto dei costi: «Avremmo potuto adagiarci sulle commesse di pochi grandi produttori - racconta oggi Andrea - ma abbiamo scelto una strada diversa. Facciamo un esempio: abbiamo in azienda tutti i tre sistemi cad per la progettazione delle vetture. Quello della Ford, quello della General Motors e quello che utilizzano le altre case. Questo significa addestrare personale per tre diversi tipi di macchine, aumentare i costi».

Oggi la Pininfarina ha 2.500 dipendenti, è quotata in borsa, è divisa in tre diverse unità di business. Produce automobili a Grugliasco e nei due stabilimenti del canavese (Bairo e San Giorgio), progetta nuovi modelli a Cambiano e realizza design non automobilistico. Non è più un´azienda di famiglia in senso stretto: il 40 per cento del capitale è detenuto da soggetti estranei. Andrea e Paolo, figli di Sergio, mantengono ruoli chiave nell´organizzazione industriale. Andrea, amministratore delegato operativo, ha ritagliato per sé il compito «di cerniera tra gli azionisti e i manager». Ma tiene molto a sottolineare che «gli incarichi in azienda vengono decisi in base alle competenze professionali e non certo per il cognome». Eppure, nonostante la metamorfosi, il modello del capitalismo familiare mantiene i suoi vantaggi: «Il principale - dice l´amministratore delegato - è quello di mantenere a stretto contatto proprietari e manager. Questo accelera molto i tempi delle decisioni». Cosa assai più difficile se i manager dovessero confrontarsi con un anonimo fondo di investimento.

Il decisionismo sembra essere una caratteristica di famiglia. Alla fine degli anni '20 Battista Farina, decimo di undici figli, chiamato «Pinin» perché era il più piccolo dei maschi di famiglia, decise di mettersi in proprio lasciando la carrozzeria dei fratelli Carlo e Giovanni per aprire un nuovo stabilimento in corso Trapani, al numero 107. Spiegherà successivamente che quella decisione non era motivata da dissidi familiari quanto dal fatto che «nel nostro campo, dove contava molto l´iniziativa personale e il temperamento, era difficile associarsi tanto ai successi quanto agli sbagli degli altri». Un´altra applicazione di quella linea di autonomia che gli avrebbe garantito il successo. Il temperamento «Pinin» lo avrebbe dimostrato anche sedici anni dopo quando, terminata la guerra, i francesi impedirono ai carrozzieri di un Paese sconfitto come l´Italia di partecipare al Salone dell´auto di Parigi. Lui saltò su un´Alfa Romeo 2500S e portò con sé il figlio Sergio, allora ventenne, al volante di una Lancia Aprilia. Guidarono fino alla capitale francese e parcheggiarono di fronte alla sede dell´esposizione, al Grand Palais. Quello che venne definito «l´antisalone» si concluse con un successo per il carrozziere italiano.

Nel 1966, quando «Pinin» morì a Losanna, erano trascorsi solo cinque anni dal decreto del Presidente della repubblica Gronchi che adattava il cognome al marchio, trasformando Farina in Pininfarina. Il figlio del fondatore, Sergio, ereditò l´azienda spingendola ancora di più sulla strada della produzione industriale di serie. Alla fine degli anni '60 era stato lui, insieme al cognato Renzo Carli, a progettare il nuovo stabilimento di Grugliasco: «Quella fabbrica - diceva Pinin - l´hanno voluta i miei figli e adesso toccherà a loro dirigerla». Tra gli ampliamenti che hanno fatto la storia dello stabilimento, la costruzione della galleria del vento, all´inizio degli anni '70. Un gioiello di ingegneria che venne utilizzato non solo per disegnare le automobili ma anche per migliorare le prestazioni degli atleti: Francesco Moser vi si allenò per battere il record dell´ora. La storia di famiglia è anche la storia di una parte importante delle vicende sindacali italiane. Tra l´88 e il '92 toccò a Sergio Pininfarina guidare la Confindustria e tra il '97 e il 2000 è stato il figlio Andrea a presiedere la Federmeccanica, l´associazione degli industriali metalmeccanici italiani. Oggi Andrea è presidente dell´Unione industriale di Torino ma non ipotizza certo per sé un futuro da sindacalista degli imprenditori: «Ho ricoperto e ricopro importanti incarichi associativi perché una serie di casualità ha voluto così. Ma nel 2004, quando scadrà il mio mandato all´Unione industriale, intendo dedicarmi completamente all´azienda».

Non punterà, come il padre, alla presidenza di Confindustria? «Non intendo farlo. È un compito molto gravoso e io devo pensare alla Pininfarina». Continuare una tradizione di passione per l´automobile appresa da bambino quando nonno «Pinin» riuniva la famiglia per le feste di Natale e «faceva fare a noi nipoti il gioco dei motori: ci chiedeva di indovinare dal rumore se stava passando un´Alfa, una Lancia o una Fiat». Storie d´altri tempi, quando Fiat, Alfa e Lancia erano tre società autonome, in concorrenza tra loro.

Paolo Griseri

 
 
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