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Torino - 17 maggio 2003
 
 
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20.03.2003 - Il Politecnico scommette sull´energia pulita
Non serve la corrente elettrica, per ricaricare la batteria del telefonino o il computer: un giorno non lontano basterà una bomboletta di gas, da usare come si fa per gli accendini. Una scatola grande invece come una stufetta o un comune scaldabagno - ne esistono già dei prototipi, costano circa 4 mila dollari l´uno - sarà capace di riscaldare l´intero appartamento e di fornirgli energia elettrica: in questo caso, bisognerà ricaricare di gas, una volta alla settimana, una cartuccia grande come una bottiglia di vino. Se la «scatola» è molto più voluminosa, può fornire calore ed energia a un ospedale. E´ il bello dell´idrogeno, che consente non solo di far viaggiare le automobili o i tir con motori pulitissimi, ma anche di produrre energia a casa propria e senza inquinare. Sulla nuova frontiera tecnologica dell´idrogeno il Politecnico si pone come punto di riferimento per la ricerca europea, con una serie di progetti che affrontano, se sommati tutti insieme, tutti e quattro gli aspetti della «filiera» di questo gas: produzione, stoccaggio, distribuzione, e applicazioni alle infinite varianti delle attività umane. In ognuna delle quattro fasi la ricerca scientifica sta cercando, in tutto il mondo, di risolvere alcuni problemi aperti. Il più affascinante è forse quello legato allo stoccaggio con i «nanotubi»: scoperti per caso anni fa in Giappone in una macchia di fuliggine, sono tubicini composti da esagoni perfetti di carbonio del diametro di alcuni milionesimi di millimetro, cento volte più forti dell´acciaio.

Se si appallottolasse un nanotubo lungo dalla terra alla luna, si otterrebbe un gomitolo grande come un granello di polline. I progetti del Politecnico si articolano su più fronti: «Siamo capofila - spiegano il rettore Gianni Del Tin e il docente che coordina le ricerche sull´idrogeno, Francesco Profumo - di una rete di 80 tra università, aziende e centri di ricerca italiani e stranieri, in un progetto che abbiamo presentato all´Unione europea. Altri filoni di ricerca sono stati sottoposti al ministero dell´Università. Un terzo fronte è l´accordo siglato un mese fa con la Regione per borse di studio e dottorati sul tema dell´idrogeno. Un quarto riguarda Envipark, per la realizzazione di una centro per la ricerca applicata; i ricercatori del «Poli» hanno poi proposto un «Laq», un laboratorio di alta qualità, per quella di base all´interno dell´ateneo». Tutti questi tasselli compongono un unico imponente quadro di ricerca da alcuni milioni di euro: «Entro 8-9 mesi verranno realizzate le apparecchiature e le strutture di laboratorio dislocate a satellite nei nostri dipartimenti di Energetica, Ingegneria elettrica industriale, Fisica, Scienze dei materiali e ingegneria chimica».

In una sorta di «fabbrica della scienza» sull´idrogeno che va dalla produzione all´utilizzo del gas, si parte così dal «reparto produzione», dove gli scienziati del Poli disporranno di un macchinario grande come un armadio per la produzione di idrogeno «spaccando» l´acqua (lo «scarto di lavorazione» è l´ossigeno); «Oggi - dice Profumo - con una bombola messa sul tetto di un´auto che contenga idrogeno a una pressione di 250 atmosfere si può avere un´autonomia di 300 km: per avere autonomia pari a quella della benzina, che consente 7-800 km con un pieno, si dovrebbe poter aumentare la pressione a 800 atmosfere». Altro problema aperto in tema di stoccaggio è quello dei contenitori: «Oggi si usano bombole d´acciaio molto pesanti». I fisici dell´ateneo puntano a risolvere il nodo della pressione con i nano-tubi, «Che funzionano come spugne: trattengono grandi quantità di idrogeno senza bisogno d´aumentarne la pressione». Gli ingegneri dei materiali stanno invece studiando «Composti alternativi all´acciaio, che abbiano un peso pari a un quinto dei contenitori tradizionali». Le «celle combustibili» che consentono di trasformare l´idrogeno in calore ed energia elettrica, in nocciolo della nuova tecnologia, «Possono essere piccole o grandi - dice Del Tin -: proprio in questo sta uno dei dati più interessanti. Le celle possono cioè avere potenza di qualche decina di watt per i telefonini, di qualche decina di kilowatt per un´automobile, di qualche centinaio per un ospedale: ma il principio, la base, è sempre la stessa».

Produrre idrogeno può avere un costo basso, se si usano mulini a vento o pannelli solari, ma «Gli elettrodi delle celle sono per ora formati con materiali molto costosi, come il platino: una cella, così, oggi costa circa 10 mila euro a kilowatt. Stiamo dunque sperimentando strade alterative di minor impatto economico». Altro problema: «La stabilità. Gli elettrodi in platino durano circa 1500 ore». Per vedere i risultati di questo lavoro non occorrerà attendere troppo tempo: «Si prevedono 15 anni per le applicazioni sulle auto. Ma già entro tre o cinque anni potrebbero essere disponibili i primi telefonini».

Givanna Favro

 
 
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