contatti english version Associazione Chiamparino.wav
 
Torino Internazionale  


 
 
Torino - 19 maggio 2003
 
 
Sistema Internazionale
Governo metropolitano
Formazione e ricerca
Imprenditorialità e occupazione
Cultura,Turismo,Commercio e Sport
Qualità urbana
Tamtam
Eco dalle città
Calendario
Associazione
 
 
 
home | Qualità urbana | Rassegna stampa
 
 
 
 
26.03.2003 - Un «mostro» capace di digerire i rifiuti della città 24 ore su 24
ALCUNI gli hanno dichiarato guerra a prescindere, «senza se e senza ma». Altri convengono sulla sua utilità, a patto di fargli eleggere domicilio in un altro quartiere. Nessuno si preoccupa di sapere quali caratteristiche avrà il nuovo impianto che Comuni, circoscrizioni e cittadini si rimpallano da Volpiano a Torino, da Mirafiori a strada del Francese. Ad oltre due anni dalle prime ipotesi, seguite a ruota dalle relative polemiche, l´inceneritore resta uno sconosciuto. Eppure non è una questione di poco conto, considerate le tipologie disponibili su quello che è un mercato come tutti gli altri. Il mercato degli inceneritori o termovalorizzatori che dir si voglia, dominato da grandi consorzi specializzati: colossi come Babcock-Wanson, Hoffmann, Martin, Von Roll, Stainmuller. Kawasaki (già, proprio quello delle motociclette). Sono stati questi marchi a «firmare» i principali impianti di mezza Europa (Italia compresa), caratterizzati da un´età media di oltre vent´anni e più volte adattati nel corso del tempo. Soprattutto, forti di tecnologie sofisticate che non sgretoleranno l´avversione dell´opinione pubblica ma pesano eccome sulla configurazione del futuro inceneritore: tempi e costi di costruzione, tipologia di rifiuto trattata, alimentazione, consumi, manutenzione, personale impiegato. Senza considerare l´impatto fisico della struttura sul territorio, vincolato alla scelta del luogo e ad elementi di architettura industriale.

Per queste ragioni parlare genericamente di inceneritore significa dire tutto ed il contrario di tutto, aumentando la confusione ed una raffica di pregiudizi non sempre motivati. Partiamo dai fondamentali. Di rigore la sala comandi; l´impianto di selezione meccanica dei rifiuti indistinti sfuggiti alla raccolta differenziata, prima del loro ingresso nel bruciatore attraverso le tramogge (quel che resta confluirà nella nuova discarica abbinata all´inceneritore); il camino, la cui altezza dovrà tenere conto di studi sulla direzione dei venti oltre che della soglia regolamentare; il sistema di lavaggio dei fumi, caratterizzato da trattamenti diversi (particelle sospese, polveri sottili, denitrificazione, etc.) ed articolato su un sistema di filtri sofisticati. Ad esempio, gli «scrubber» per abbattere gli acidi. Queste le costanti di un «mostro» studiato per digerire 24 ore su 24, fatti salvi i quaranta giorni di manutenzione: avviato a gasolio, si alimenterà sfruttando la combustione dei rifiuti. Premesso questo, non siamo ancora arrivati al punto: quello della tecnologia di combustione, cioè il ventre della struttura completamente automatizzata. Tre le tipologie disponibili: impianti a griglia mobile, rotanti e «a letto fluido». Diciamo subito che in tutti i casi si tratta di strutture del costo di centinaia di miliardi di lire, frutto di una progettazione che non può prescindere dallo sviluppo della raccolta differenziata e dal tipo di rifiuto da trattare. Entrando nel merito, quelli rotanti sono ideali per lo smaltimento di rifiuti industriali e degli scarti dei cementifici. Non è certo il caso di Torino. Né si adatterebbero alle esigenze della nostra città gli impianti «a letto fluido». Con questo termine - spiegano dall´Area ricerche e studi dell´Agenzia regionale per l´Ambiente (Arpa) - si intende una tecnica per rifiuti tendenzialmente omogenei, caratterizzata dalla presenza di getti d´aria mista a sabbia che mantengono in sospensione il materiale favorendone la combustione.

Andando per esclusione, par di capire che per Torino, nel cui inceneritore confluirebbero rifiuti non omogenei, sarebbe più tagliato il sistema «a griglia mobile». Gli scarti sono collocati su una griglia vibrante che nell´avviarli al bruciatore li scalda gradualmente favorendone la combustione. Un particolare non trascurabile è quello delle scorie: la cenere che si deposita nel bruciatore viene «polimerizzata», cioè solidificata, ed interrata in discarica. Di questa, solo una minima parte - la «frazione fine» - è riciclabile dai cementifici. Per la verità un tempo veniva ammesso l´utilizzo di questo ibrido come sottofondo stradale: la svolta è stata segnata dal decreto Ronchi del `97. Resta la domanda fondamentale: qual è il potenziale inquinante di un inceneritore? «Le normative severe in materia, recepite dalle moderne tecnologie, rappresentano già una garanzia - risponde Giancarlo Cuttica, responsabile per l´Arpa del Polo microinquinanti di Torino -. Ma ogni impianto è una storia a sé. In sintesi, conta il modo con cui viene gestito in termini di selezione dei rifiuti, la volontà di utilizzarlo o meno per la produzione di energia, il monitoraggio del ciclo produttivo. Non ultima, la corretta manutenzione. Lo sfruttamento dell´inceneritore in tutte le sue potenzialità, compresa la riduzione dell´impatto inquinante, è la risultante di questi fattori».

Alessandro Mondo

 
 
 ©2002. Tutti i diritti sono riservati.