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Torino - 19 maggio 2003
 
 
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28.03.2003 - «La linea Lione-Torino non deve scomparire nella nebbia dei rinvii»
Sergio Chiamparino cammina per le vie del quartiere Latino e si compiace del fatto che i proprietari dei cani parigini non siano molto più educati di quelli dei cani torinesi. E con malcelata soddisfazione dice: «Non stiamo certo peggio di loro». Sembrerebbe una battuta e invece è l'introduzione metaforica al grande problema della Torino-Lione: «Non vorrei - dice il sindaco - che i francesi si mettessero a fare gli italiani». E cioè? «A rinviare, rinviare, rinviare».

Il rischio c'è, inutile nasconderlo. Per questo Chiamparino è venuto a Parigi alla «rencontre parlementaire sur les transports», per incontrare i deputati francesi, per sostenere le buone ragioni di Torino e dell'Italia. E anche per capire che aria tira su quell'incombente fantasma che si chiama Torino-Lione, la linea ferroviaria ad alta velocità che da quando i tecnici francesi incaricati dal governo hanno pronunciato una sentenza di condanna s'è trasformata in una linea ad alta incertezza. I termini del problema sono semplici. Voluta dalle due città e sigillata in un impegno tra capi di governo nel novembre 2001 a Périgueux (Berlusconi da una parte, Chirac-Jospin dall'altra) la Torino-Lione è essenziale al collegamento e allo sviluppo delle due regioni. Non solo. E' un segmento dell'importante «corridoio 5» (Lisbona-Kiev) destinato a diventare uno degli assi strategici dei collegamenti europei nel prossimo secolo. Il problema è che il governo francese di Jean-Pierre Raffarin, non appena insediato, ha affidato la verifica di costi-benefici dell'opera a un «audit» di esperti. I quali si sono pronunciati con un voto negativo: troppo cara e non urgente.

Dietro tutto cio' ci sono le enormi difficoltà di bilancio francesi (il budget 2002 cadrà sotto infrazione di Bruxelles per un deficit superiore al 3 per cento del Pil) ma c'è anche una strisciante pressione della lobby del nord di privilegiare la linea Parigi-Strasburgo che per l'Italia sarebbe una sconfitta. Significherebbe spostare a nord l'asse di collegamenti est-ovest e tagliare fuori il nostro paese. Naturalmente l'«audit» tecnico è una cosa; la volontà politica un'altra. Per questo occorre mantenere alta la pressione su Parigi e richiamare Monsieur Chirac all'impegno firmato a Périguex. Impedire, appunto, che la Francia diventi l'Italia e la Lyon-Turin svanisca nelle nebbie dei rinvii. All'incontro con i parlamentari «Monsieur le maire de Turin» Sergio Chiamparino è stato trattato con cortesia e con sincera solidarietà politica. I deputati del Rhône-Alpes e in genere del Midi francese sono superconvinti della necessità di costruire la Lyon-Turin. Il problema vero è il governo e per sapere come andrà a finire bisognerà aspettare almeno fino a giugno. Intanto il sindaco ha pronunciato la sua appassionata arringa ed ha incassato - non è poco - la conferma che l'Unione Europea considera la linea come «prioritaria» ed è pronta a finanziarne il 20 per cento dei costi, come ha detto Alfonso Gonzales Fina, inviato della commissaria europea ai Trasporti Loyola de Palacio.

Anche il viceministro francese Dominique Bussereau ha detto che il governo manterrà l'impegno. Il problema fondamentale - ovvio - sono i finanziamenti. L'opera dovrebbe costare complessivamente 13,2 miliardi di euro. Nell'ipotesi che i due paesi si dividano equamente la parte internazionale, i costi sarebbero di 5 miliardi per l'Italia e 8,2 per la Francia. Chiamparino ha proposto una società mista con le ferrovie italiane e francesi e con le due società che gestiscono il Fréjus. «Si può pensare di affidare poi a questa società la concessione della linea per, ad esempio, cinquant'anni, in modo che con i ricavi dei pedaggi vengano recuperati gli investimenti. Le banche sono pronte a fare la loro parte, sia i francesi della Caisse des Dépôts et Consignations che gli italiani del San Paolo». In questo modo si potrebbe arrivare a un finanziamento di un terzo. Ai governi resterebbe l'impegno per un terzo totale dei costi: «Si può fare». Il problema è sempre quello della volontà. «L'Italia ci sta - assicura Chiamparino -, mentre la Francia ha rallentato l'impegno sui progetti». Non c'è tempo da perdere, il 2012 è vicino, se si va più in là si rischia di perdere il treno. E per l'Italia sarebbe un peccato scivolare su una deiezione canina. Ancorché parigina.

Cesare Martinetti

 
 
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