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Torino - 22 maggio 2003
 
 
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28.03.2003 - La guerra tiene l´industria con il fiato sospeso
Ormai da due anni l´economia torinese, come quella nazionale, stagna e la guerra in Iraq non dà certamente una mano a guardare con ottimismo al futuro. E la indagine trimestrale dell´Unione industriale - realizzata pochi giorni prima dell´inizio del conflitto, ma quando questo ormai era certo - raccoglie un clima di incertezza e ansia. L´ufficio studi analizza che se la guerra sarà breve potrebbe non influire più di tanto sulla realtà locale, ma tutto cambia nell´ipotesi di un conflitto lungo. Spiega Mauro Zangola, direttore dell´ufficio studi: «E´ difficile stimare le conseguenze economiche dirette della guerra sull´industria torinese. Tuttavia, le caratteristiche del nostro sistema produttivo fanno ritenere che il prolungarsi del conflitto potrebbe avere nella nostra area conseguenze più negative che altrove». E analizza il perchè: «Oltre il 70% della produzione industriale torinese è costituita da beni di investimento e da beni di consumo durevoli che più di altri prodotti sono sensibili al peggioramento delle aspettative». Prosegue: «Il prolungarsi della crisi irachena avrebbe ripercussioni negative anche sull´andamento delle nostre esportazioni attualmente pari a circa un quarto della produzione totale, per effetto del prevedibile rallentamento degli scambi internazionali».

Zangola ha valutato quanto era accaduto in occasione della prima guerra del Golfo, dodici anni fa: «Allora le difficoltà dell´economia, innescate dall´evento bellico, si aggravarono in seguito alla recessione internazionale, complice il forte aumento del prezzo del petrolio. Oggi la situazione appare profondamente diversa: non si corrono rischi di autentica recessione, anche se attraversiamo da tempo una fase di crescita molto debole». Per ora il prezzo del petrolio appare sotto controllo e l´inflazione è contenuta. Ma Zangola avverte: «La variabile decisiva, a questo punto, diventa la durata del conflitto. Una guerra prolungata potrebbe mutare lo scenario nel senso di provocare un forte rallentamento della dinamica economica, introducendo ulteriori elementi di incertezza». Allo stato attuale i saldi tra ottimisti e pessimisti relativi a produzione, ordini e occupazione rimangono negativi ma migliorano, anche se di poco, rispetto a tre mesi fa. Tiene l´export, migliora la composizione del carnet ordini, ristagnano gli investimenti, resta elevato ma non aumenta il ricorso alla cassa integrazione.

Nel settore metalmeccanico tutto è più difficile e il pessimismo degli imprenditori è più diffuso che nel resto dell´industria, ma non ci sono peggioramenti rispetto a tre mesi fa. Commentando l´indagine, il presidente dell´Unione Industriale, Andrea Pininfarina, auspica che «la politica monetaria della Banca Centrale Europea si orienti verso un ribasso più consistente dei tassi di interesse» e a livello nazionale sollecita «uno sforzo maggiore per reperire risorse a sostegno degli investimenti». Il presidente dell´Amma, Alberto Peyrani, è in sintonia con le difficiltà del suo settore fortemente provato dalla crisi automobilistica. Dice: «Finora gli sforzi maggiori si sono concentrati sul sostegno all´export. Oggi occorre integrare queste iniziative con una forte azione che metta le imprese nella condizione di investire migliorando le loro possibilità di accesso al credito e i livelli di capitalizzazione».

Marina Cassi

 
 
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