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Torino - 19 maggio 2003
 
 
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28.03.2003 - Aspettando che nevichi
In attesa delle sorti magnifiche e progressive e augurandosi che al momento opportuno magari nevichi, la città viene sventrata dai cantieri, e poco per volta giorno dopo giorno si trasforma. Architetti, geometri e assessori vanno su e giù per i container, progetti alla mano e cellulari alle orecchie, mentre intorno a loro operai forniti di casco manovrano martelli pneumatici e scavatrici, gru e autocarri. Qua si scava un buco per poterci un giorno infilare un bruco (cioè un treno della metropolitana), là si gettano le fondamenta di nuovi quartieri residenziali nella speranza che un giorno qualcuno effettivamente vi risieda. Il cemento cola. I detriti abbondano. Gli automobilisti imprecano. Il rumore trionfa. E ogni tanto salta fuori un imprevisto. Tipo quello che abbiamo appreso dai giornali qualche settimana fa. Apparentemente, un semplice progetto. Che nelle peraltro più che lodevoli intenzioni dei progettisti prevede un colonnato atto a mascherare il «palazzaccio», spuntato un bel giorno in mezzo al Duomo e alle Porte Palatine tra via XX Settembre e piazza IV Marzo.

Una domanda sorge tuttavia spontanea come nei fumetti di Edika: PERCHÉ TANTO ODIO? Voglio dire: perché continuare a infierire su quell´angolo sfortunato di città? Perché costringere qualcuno a inventarsi una soluzione chiaramente impossibile? Perché? L´edificio in questione, si sa, venne progettato da un eminente professore di architettura del nostro Politecnico. Giustamente stimato da studenti e colleghi. Purtroppo però nessuno è perfetto. E se il «palazzaccio» è conosciuto come tale un motivo ci sarà. Del resto basta guardarlo. Messo da un´altra parte magari svetterebbe meraviglioso. Lì dov´è, francamente, no. Il «palazzaccio» non si può nascondere. E se non lo si vuole abbattere, magari per legittimi motivi affettivi, che lo si sposti. Basta smontarlo pezzo per pezzo e rimontarlo altrove. In via XX Settembre è un corpo estraneo. Deturpa tutto il deturpabile. Torna sotto forma di incubo nei sonni dei turisti transitati all´ombra della Mole, ovvero di coloro che tanti torinesi bramano, e che dovrebbero tornare nelle rispettive patrie decantando le bellezze e le attrattive (e ce ne sono) della nostra città. Ma, turisti a parte, siamo noi a non meritarcelo. Conosco persone che nel corso del tempo hanno sviluppato vere e proprie forme di allergia. Passano da lì e ZAC, attaccano a starnutire o si coprono di pustole. Le città sono organismi viventi. E certe cose fanno male alla loro salute.

Giuseppe Culicchia

 
 
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