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Torino - 28 maggio 2003
 
 
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02.04.2003 - Nei negozi il fascino della capitale
«Molti sono ed eleganti i negozi di stoffe, sia per vestire le persone, sia per addobbare le abitazioni. I magazzini detti di moda e di novità, quelli d´abiti fatti, di sete e lane per ricami, e di tele per ogni genere di biancherie sono frequenti, e a gran dovizia forniti. Splendide oltremodo sono le botteghe degli orefici, dei venditori di mobili e dei chincaglieri, non solo per la copia delle merci esposte in vendita, ma eziandio per la ricchezza delle bacheche e la forma elegante delle mostre. Havvene alcune di legni preziosi e di marmi finissimi, e così vagamente adorne di ori, di bronzi e di cristalli, che sono mirabili a vedersi, specie la sera, quando riflettono la viva luce del gaz». Così scriveva nel 1869 il cronista Pietro Baricco, innamorato di una Torino che ancora non lasciava via Po in ostaggio a cortei di teppisti, dove via Nizza, «raffinato emporio», non temeva la malavita multietnica e dove «l´elegante "Fiera dei portici"» di piazza Castello non era insidiata da «suk» abusivi. A quella città, che sapeva ancora essere «Capitale», orgogliosa delle sue imprese commerciali, il Comune da ieri al 25 luglio dedica una deliziosa mostra: «Premiata Ditta», piccola quanto significativa, allestita all´«Archivio storico della Città», nell´ex anagrafe di via Barbaroux 32. Curata da Luciana Manzo e Fulvio Pejrani, espone fatture commerciali e «réclames» illustrate, che descrivono com´erano gli esterni dei negozi dell´Ottocento e qualche volta anche i prestigiosi interni. S´aggiungono alcuni progetti di «vetrine» - o meglio «dévantures», come si diceva allora - che i commercianti presentavano al Comune prima d´aprire bottega. Lo imponeva il regolamento edilizio del 1843, emanato a tutela della «maggiore salubrità, decoro e vaghezza» della città.

La Torino di Re Carlo Alberto, con un occhio volto verso Parigi e Londra e l´altro verso Vienna, voleva esaltare botteghe che fino ad allora, come ricordava Vittorio Bersezio, «avevano una modesta semplicità... non avevano né vetrine, né lucide insegne, né merci in mostra, né splendore di specchi, né indorature, né eleganze di mobili, né sfolgorio d´illuminazione. Facevano eccezione i caffè e le confetterie, che presentavano all´avventore volte riccamente dipinte, pareti artisticamente stuccate, ampi specchi a cornici dorate, sofà e seggiole coperti di velluto». Fu una gara ad abbellire gli esercizi. Sartorie, profumieri e pasticcerie erano il richiamo di punta. I ghiottoni trovavano «raffinata scelta» non solo negli oggi sopravvissuti negozi di Stratta e di Baratti & Milano, ma anche in quelli di Moriondo & Gariglio e di Angelo Sciamengo o dal «Salsamentario Ansaldi» in piazza Carlo Felice. Trine, pizzi e abiti da sposa dal 1812 si trovavano da «Perotti & Nigra». Il sarto Vendone serviva i «dandy» in Galleria Subalpina. Per gli «ombrelli» si andava da Bianchi, «dinanzi alla Galleria Natta». In via Nuova, oggi Roma, «Variglia Ignazio e Compagnia» offriva un tripudio di cristalli e «majoliche». Per il «frustino elegante» l´indirizzo era Jannetti, in via Po 8. Il fioraio del Re era Raybaud Franchini. Per tele e «mantillerie» c´era in via Po Giacomo Payrolero, che però «non faceva sconto». Sono ben 140 gli esercizi rievocati in mostra. Qualcuno esiste ancora: «Dosio cornici» in via Venti Settembre, «Paissa», l´oreficeria Musy. Sopravvive in via Garibaldi la «dévanture» già di «Clemente Tappi, specializzato in paramenti da chiesa». Ma tanto è scomparso. Prima con la ricostruzione di via Roma, poi con i danni di guerra. Certe «jeanserie-ranch» in voga negli Anni Settanta hanno fatto il resto. Rimane quello che è stato difeso dal buon gusto dei titolari. L´ente pubblico ha aggiunto qualche ritinteggiatura ai portici che, come si vede, non resiste a chi scassa vetrine e lorda monumenti, persino per dimostrarsi pacifico.

Maurizio Lupo

 
 
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