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Torino - 11 settembre 2003
 
 
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03.04.2003 - Nel segno della fiducia il futuro a Nord Ovest
Torino non è una città in ginocchio, non è piegata dalla grave crisi della sua grande azienda. La maggioranza dei cittadini pensa che la situazione della Fiat possa essere uno stimolo per puntare su nuove attività produttive più che l´inizio della decadenza. L´esito del primo rapporto dell´Osservatorio del Nord Ovest, diretto da Luca Ricolfi e nato la scorsa estate dall´iniziativa dei dipartimenti di Scienze sociali, Studi politici e Psicologia, con la collaborazione dell´associazione «Torino Internazionale», è il trionfo del «partito dell´ottimismo», quella corrente di pensiero che in questi mesi, pur non negando le difficoltà, ha sostenuto, contro tutti i catastrofismi, una sostanziale «tenuta» della città. La prima delle tre indagini annuali che l´Osservatorio compie per comprendere atteggiamenti e comportamenti della popolazione, è stata dedicata alla «percezione della crisi Fiat», a Torino, nella regione e anche nel resto del Paese: ieri c´è stata la presentazione dei risultati.

Con il supporto fondamentale dell´istituto Abacus, diretto da Nando Pagnoncelli, per due mesi (gennaio-febbraio) sono stati scandagliati, grazie ad un questionario inviato a casa , umori e pareri di quasi 4.500 persone. A tre ricercatori del dipartimento, Paola Ferraguti, Michele Roccato ed Elisa Rosso, il compito di ordinare la massa di dati, per la definizione del primo rapporto, consultabile anche sul sito www.nordovest.org.

Ma che cosa emerge dalla ricerca? In primo luogo, una forte identificazione tra la città e la sua più importante industria: la Fiat rimane un «simbolo fondamentale» per i due terzi dei torinesi interpellati. Più ci si allontana da Torino, sostengono i ricercatori, prevale l´idea (ad esempio nel resto del Piemonte) che sia difficile immaginare Torino senza la Fiat. Al contrario, i torinesi («più aperti, più colti» dice il rapporto) sono orientati a pensare che la Fiat sia stata anche negativa per Torino e hanno una visione più articolata dei rapporti fra l´azienda automobilistica e l´identità della città. Una complessità che induce il 58 per cento degli intervistati da Abacus a considerare la nuova situazione che si sta delineando, con la crisi del Lingotto, non l´inizio della cadenza ma «uno stimolo per la città e le istituzioni a puntare su nuove attività produttive». Spiega Roccato : «I torinesi, rispetto al resto della regione e dell´area metropolitana, sono quelli che credono maggiormente nello sviluppo di nuove forme di produzione della ricchezza (turismo, comunicazioni, sport e cultura)». Gli interpellati (anche del resto d´Italia) hanno giudizi abbastanza precisi sulla responsabilità della crisi: l´addebitano principalmente ai dirigenti e manager. Meno colpe vengono date alla famiglia Agnelli (a Torino la maggioranza l´assolve) ma sottolineano gli studiosi: va tenuto conto che l´indagine è stata fatta nei giorni di grande coinvolgimento per la scomparsa dell´Avvocato. Molti indicano come responsabile il governo, altri la Cgil, altri ancora la Cisl e la Uil. Nel complesso si salvano Comune, Regione e Provincia e i mass-media. Di rilievo anche il dato relativo ai cassintegrati: i due terzi degli interpellati rifiuta qualsiasi intervento assistenziale dello Stato per integrare il reddito mancante e chiede azioni di riqualificazione per poter avviare e verso nuovi lavori i cassintegrati.

La ricerca si è posta un altro interrogativo: come la crisi abbia influito sui consumi della gente. Rispetto al resto del Paese, tra il 2002 e il 2001, i torinesi e i piemontesi si sono mostrati più parsimoniosi (le spese per i regali di Natale qui sono nettamente diminuite) in particolare per tre settori: abbigliamento, arredamento e ed elettrodomestici. Consumi in crescita, invece, per i generi alimentari, i prodotti tecnologici (telefonini in primo luogo, personal computer e hi-fi) e libri.

Gino Li Veli

 
 
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