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Torino - 23 maggio 2003
 
 
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11.04.2003 - "Usciremo dalla crisi. Ma le banche ci aiutino"
Presidente Ruggero Lenti, come sta la piccola industria torinese? br> «Bisogna distinguere. Ci sono le imprese della filiera dell´auto che senza dubbio soffrono la crisi della Fiat. Poi ci sono le aziende degli altri comparti che devono fare i conti con gli effetti della congiuntura internazionale, ma per le quali la crisi non è così acuta come nel settore dell´automotive. Chi sta peggio di tutti, però, forse, è il settore tessile: lì il mercato è davvero fermo e la crisi è forse più profonda di quella dell´auto».

Come andrà a finire?
«Io, nonostante tutto, sono ottimista. So che ce la faremo anche stavolta. Certo, ci saranno alcune imprese che chiuderanno, ma alla fine il sistema ne uscirà perfino rafforzato. La parola magica è diversificazione. Mi spiego: un´industria di stampaggio che finora aveva lavorato solo per l´industria dell´auto, imparerà a trovare altri sbocchi per la sua produzione. E anche nuovi mercati»

Qual è la carta migliore delle piccole aziende del Torinese?
«Sono più d´una. Poche altre zone d´Italia possono vantare un insieme così di aziende ad alta capacità tecnologica in tutti i settori. Senza dimenticare la capacità di fare sistema: sembra una cosa scontata ma, mi creda, non lo è. In molte altre zone d´Italia è un oggetto misterioso. E poi c´è quella che è la caratteristica della piccola industria: la flessibilità, la capacità di adattarsi agli umori dei mercati rapidamente».

Qual è invece il punto debole?
«Sicuramente la struttura finanziaria, in particolare in tempi di crisi come questi. E per aziende di dimensioni piccole il credito diventa subito un problema: soprattutto se, come fanno le nostre, continuano a destinare parte delle risorse per la ricerca e gli investimenti».

Ma i maggiori gruppi creditizi - da San Paolo Imi a Unicredit - hanno più volte annunciato iniziative destinate a risolvere queste difficoltà. Non è accaduto?
«Le banche hanno buone intenzioni a livello di vertice, ma poi il piccolo imprenditore discute di soldi con il direttore di filiale o il funzionario d´area. E le cose cambiano. Servirebbe una maggior preparazione per valutare i conti di un´azienda. Troppo spesso si finisce per chiudere i rubinetti dei finanziamenti per tutti quando, invece, dovrebbe accadere solo per quelle imprese che davvero sono a rischio di insolvenza. In altre parole, le banche non possono pretendere che un´azienda da dieci milioni di euro di fatturato l´anno abbia un direttore finanziario o si presenti in filiale con un business plan per ottenere un prestito o altre garanzie».

Dunque, il sistema bancario come primo ostacolo per lo sviluppo della piccola impresa. Quali sono gli altri?
«Senza dubbio le infrastrutture. Sono indispensabili, soprattutto in un´area di confine come la nostra. Opere come la Torino-Lione o il traforo del Mercantour vanno fatte. Ma chiediamo anche più elasticità alla pubblica amministrazione. C´è ancora troppa burocrazia, troppi passaggi, sebbene vadano riconosciuti gli sforzi compiuti negli ultimi anni, per rendere il lavoro più celere. La Camera di commercio ne è l´esempio più concreto: ha migliorato di molto il servizio e nessuno si è lamentato per il rincaro dei costi. Soprattutto chiediamo ai funzionari pubblici di essere più consulenti che controllori. Più che perseguire ciò che non va, è meglio spiegare cosa fare per adeguarsi alle norme».

Quanto è importante per la piccola impresa il rapporto con il Politecnico?
«È determinante. Proprio per questo come Unione industriale abbiamo stretto importanti rapporti di collaborazione con l´ateneo, a cominciare dal sostegno offerto alle imprese dell´incubatore. Dirò di più: bisogna allargare questa collaborazione all´intera Università perché il futuro è nell´alta tecnologia e senza l´aiuto della ricerca neanche un sistema avanzato come quello torinese e piemontese potrà competere sul mercato».

Pier Paolo Luciano

 
 
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