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Torino - 4 maggio 2003
 
 
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15.04.2003 - Cantacronache: c'era una volta a Torino
«Vado per commissioni alla stazione / Vorrei prendere un treno e partire - / andar lontano, lasciarvi tutti senza / - per amare, di me, la mia assenza». Com’era imponente e fragile insieme, Michele Luciano Straniero, la fragilità di chi ha avuto in sorte un’affilatissima sensibilità. Son quasi tre anni che è scomparso, un sofferto passo d’addio, in seguito a un incidente automobilistico. Perché «poi viene la notte, che è il nostro destino». Un’immagine, fra le altre, la memoria porge di Michele L. Straniero. Lui e la madre, l’«anello forte», sottobraccio nelle vie di Torino, chetamente conversando e osservando, una disposizione verso la commedia umana provvidenziale. Magari ricordando a se stessi la confessione di un vicino di casa napoletano: «La vita è n’affacciata a’ fenesta». Esplorerà anche il miracolo di San Gennaro, questa versatile figura (poeta, scrittore, giornalista, etnomusicologo) intorno a cui lievita l’attenzione. Paola Gribaudo ha da poco pubblicato l’elegante e necessario libretto con cd «Tra la poesia e l’impegno» (la voce di Michele, possente, demiurgica, come quella di un prete pavesiano: «credevo che la voce del prete fosse qualcosa come il tuono, come il cielo, come le stagioni»); ebbene, la voce di Michele che annuncia: «Io sono il pingue / intellettuale, / studio i dialetti e conosco le lingue: pochi giudizi, / molti indirizzi, / è la ricetta che mi distingue». Anni fa fu lo stesso Michele L. Straniero a curare, con Emilio Jona, da Scriptorium, un maiuscolo omaggio alla stagione di «Cantacronache». Oggi, per i tipi dell’editore Lindau, esce «La rivolta in musica» di Giovanni Straniero, il nipote di Michele, e Mauro Barletta (presentazione, ore 19, libreria Mood, via Cesare Battisti 3/e: con Teresa De Sio, Luca Morino, Gabriele Ferraris, Franco Lucà). Michele L. Straniero (e Sergio Liberovici, i due dioscuri), ovvero l’avventura politico-musicale dispiegatasi sotto la Mole negli Anni Cinquanta (fra il 1958 e il 1962), un’urgenza su tutte: «evadere dall’evasione». Com’era canforata, allora, la canzone, amore & cuore, papaveri & papere, edera e vecchi scarponi... Com’erano, parole e note, estranee a quella tormentata Italia di là delle cartoline di maniera («Italia tormentata» s’intitola un libro di Arturo Carlo Jemolo apparso nel 1951), fra cammini della speranza e nuvole di smog, fra l’incipiente boom che avrebbe squassato abitudini, credenze e bussole secolari e il profetico vento giovanneo che stava per vivificare la Chiesa e non solo... «Fino al 1957 - riepilogherà Michele L. Straniero nel 1961, emblematica data della metamorfosi d’Italia -, il clima della canzone leggera italiana è di una monotonia irrespirabile (...). Un po’ tutti si accorgono che siamo ad un punto limite, che qualcosa deve succedere; e succede infatti qualcosa di nuovo. Nuovo almeno nelle intenzioni, almeno nella maniera e in un certo tipo di stile: Domenico Modugno infrange dei canoni, sia pure con la cautela del riformista.

Si può dire che è dal 1927, l’anno in cui nasce la Radio e muore il caffè-concerto, che non si sentiva più circolare aria fresca nella produzione canora italiana». «Qualcosa deve succedere». Oltre il cauto riformismo del signor «Volare». E così sarà «la rivolta in musica», «Cantacronache», il dovere di testimoniare la cronaca, cestinando paraocchi, veline, speciose segnaletiche. La «Ballata del soldato Adeodato» (testo di Michele L. Straniero, musica di Sergio Liberovici) inaugurò la stagione engagée, un soffio di antimilitarismo («A vent’anni andò soldato per la Patria e per il re / e per Dio: ma tutti e tre l’han fregato, / Amava le stelle...») ammirato da Italo Calvino. A poco a poco, intorno a Michele L. Straniero, a Sergio Liberovici, allo stesso Calvino, che firmerà, non unica prova, la resistenziale «Oltre il ponte» («Avevamo vent’anni e oltre il ponte / oltre il ponte che è in mano nemica / vedevam l’altra riva, la vita»), si radunò la meglio gioventù dell’epoca. Via via narrando, sfarinando tabù, scandalizzando, irritando («Nel blu dipinto di rosso» saranno apostrofati da destra gli impavidi «cronisti»). Fecero luce, quei cantastorie (molti di loro, come Michele L. Straniero, «voci poco fa»). Una sorta di appello, ancorché non esaustivo? Fausto Amodei che s’inchina dinanzi ai morti di Reggio Emilia («Compagno, cittadino, fratello partigiano, / teniamoci per mano / in questi giorni tristi»). E Giorgio De Maria, Franco Fortini («Tutti gli amori cominciano bene: / l’amore d’una donna, / l’amore d’un lavoro, / e anche l’amore per la libertà») e Mario Pogliotti, il suo omaggio a Pavese, tra gli spiriti guida («Io sono della città; / riconosco le strade / dalle buche rimaste, / dalle case sparite, / dalle cose sepolte»). E ancora: Franco Antonicelli e Giovanni Arpino, Ignazio Buttitta e Giustino Durano, Umberto Eco («Tuppe tuppe colonnello», sull’aria di «Tuppe tuppe Marescià»), Guido Seborga, bastiancontrario tra i bastiancontrari, in fuga dalla fabbrica che «spegne intorno la vita», sospeso fra Bordighera e Torino («Solo io forse ti amo / Che potrei essere un saraceno / Che distrugge ed incendia / Urlando / Di gioia»). Il capolavoro? «La Zolfara». Lo ispirano a Michele L. Straniero e a Fausto Amodei le morti bianche in Sicilia: «Otto sono i minatori / ammazzati a Gessolungo. / Ora piangono, i signori / e gli portano dei fiori. / Hanno fatto in Paradiso / un corteo lungo lungo; da quel trono dov’è assiso / Gesù Cristo gli ha sorriso». Il 78 giri d’esordio? «Dove vola l’avvoltoio», «Gelida manina», «Viva la pace», diffuso dagli altoparlanti il Primo Maggio 1958. I dischi venduti (tra quel 78 giri e i successivi)? Ventimila, contabilizzano Giovanni Straniero e Mauro Barletta.

Una cifra che si potrebbe quintuplicare o decuplicare o dicano la loro gli esperti solo che nell’orto di «Cantacronache» - legittima operazione - si includano i lavori da «Cantacronache» germinati. Da ultimo «Il fischio del vapore» (antologia di canti popolari, «Cantacronache» non solo creò ex novo, mirò a valorizzare il patrimonio folk) di Francesco De Gregori e Giovanna Marini. (La Marini, con Pietrangeli, Jannacci, Bertoli, Guccini, Lolli, Finardi, Teresa De Sio, Luca «Zulu» Persico, Luca Morino dei «Mau Mau» è fra coloro che parlano di Michele L. Straniero in «La rivolta in musica», ammettendo un debito non lieve, che nel tempo si rinnova). Quale l’humus di «Cantacronache»? Michele L. Straniero discendeva per li rami cattolici, ancorché non ortodossi, tra Mounier e Maritain. Accanto a lui (nell’Azione Cattolica e alla Rai con Eco, Vattimo, Furio Colombo) energie laiche (la sinistra laica) e comuniste, non meno insofferenti di qualsivoglia laccio o lacciuolo. Tant’è che i rapporti con l’editore, Italia Canta, riconducibile al pci, si logoreranno fino al divorzio. I fari artistici? Da Bertolt Brecht («Sentivamo di stare dalla parte giusta - dirà Straniero -: che naturalmente è la “parte del torto” di Brecht») a Kurt Weill, da Prévert-Kosma a Brassens, il «maggiore» di Fabrizio De André e - siamo a Torino - di un certo Farassino. E ora, Michele L. Straniero? «Con tutte le parole che so dire / potrei spiegare / perché non posso fare una canzone. / La verità è dura da capire / per voi che mi ascoltate, / per togliervi la voglia di dormire, / per riprendere il gioco: / per ridarci la voglia di cantare / la vita che si disfa a poco a poco».

Bruno Quaranta

 
 
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