contatti english version Associazione Chiamparino.wav
 
Torino Internazionale  


 
 
Torino - 30 maggio 2003
 
 
Sistema Internazionale
Governo metropolitano
Formazione e ricerca
Imprenditorialità e occupazione
Cultura,Turismo,Commercio e Sport
Qualità urbana
Tamtam
Eco dalle città
Calendario
Associazione
 
 
 
home | Cultura, turismo, commercio e sport | Rassegna stampa
 
 
 
 
17.04.2003 - Subsonica: "Torino e il rock operaio"
MILANO - Il loro regno è l´ "altra" riva torinese del Po, la più selvaggia e animata, quella costellata di locali che la notte sparano musica «a palla», luogo di incontro di culture e di suoni diversi. Proprio da qui, dal quartiere Murazzi, è partita l´avventura dei Subsonica, figli di una realtà urbana che è entrata nel Dna delle loro canzoni, che li fa raccontare di «impalcature spartitraffico», di «fari clonati blu», di solitudini che si attraggono. Un´avventura che, in pochi anni, li ha portati lontano: dai piccoli club e centri sociali ai palasport e agli stadi, passando attraverso la partecipazione a Sanremo nel 2000 con il brano Tutti i miei sbagli. Oggi i cinque ragazzi torinesi (C-Max, Samuel, Boosta, Ninja e Bass-Vicio) sono una salda realtà del pop-rock italiano: abituali frequentatori della hit-parade (oltre 100 mila copie vendute con Microchip emozionale e Amorematico, vicini allo stesso traguardo con l´ultimo doppio live Controllo del livello di rombo), pluripremiati, stakanovisti del palco, anche ieri sera hanno festeggiato il loro status di eroi popolari al FilaForum di Milano, trasformato in un immenso "dancefloor" per 11 mila spettatori. «Il legame con Torino è rimasto sempre molto forte, ma non per ragioni campanilistiche» spiega il leader Max Casacci, autore con Samuel dei testi e delle linee melodiche. «È una città visionaria e concreta, in metamorfosi continua, lontana dallo stereotipo di luogo "commissariato" dalla fabbrica, con orari adeguati ai ritmi della produzione. La svolta, il distacco dal passato, è avvenuto alla fine degli anni ´80. Prima da Torino si cercava di scappare, e molti hanno intrapreso un viaggio senza ritorno nell´eroina. Poi le nuove generazioni hanno reagito, e la musica è stata un importante elemento di riscatto».

Una realtà solo apparentemente fredda...
«Dal punto di vista musicale può ricordare Manchester. Due città industriali, dove la musica acquista quasi un ruolo analgesico, dove la si vive in modo tattile e fisico. La nostra è pop, rock, ma anche dance. Ai nostri concerti, la gente non può star ferma»

Tornate spesso ai Murazzi?
«La nostra base è lì, a Casa Sonica. Anche quando ne abbiamo avuto la possibilità, non abbiamo mai accettato di registrare all´estero. I nostri punti di riferimento sono Piazza Vittorio, il lungofiume notturno. Viviamo tutti tra Porta Palazzo e il Po, dove c´è un mercato che sembra un suk. E il quartiere è ancora per noi la zona di ricreazione ed incontro, con quella sua frenesia notturna, il campionario umano incredibile che la bazzica, la propensione all´ibridazione, anche musicale».

Come avete cominciato?
«Io ho sempre vissuto con mia madre, separata da mio padre, musicista e appassionato di cinema. Quando ho deciso di fare questo mestiere non mi ha ostacolato. Il batterista, Ninja, ha un padre medico con l´hobby della musica e un nonno direttore di bande. Gli altri, forse, hanno dovuto dimostrare qualcosa in più alle loro famiglie».

Siete molto amici?
«Il rapporto tra noi è forte: non tanto per l´alchimia dei caratteri, ma perché siamo sinceri. Quando ci sono dei problemi, non sappiamo far finta che tutto funzioni. E infatti a volte si litiga. Compresi i tecnici e gli stretti collaboratori, siamo un gruppo di venti persone, che hanno scelto una forzata vita comune. E questo ci permette di liberare un´energia potente. Io ho 39 anni e sono il più vecchio: la differenza si sente. Ed è anche la spiegazione del perché il gruppo riesce a incuriosire persone diverse: ragazzi, sì tanti, ma anche miei coetanei».

Tramite il vostro sito avete un filo diretto con i vostri fan.
«La parola fan non mi piace, ed infatti non abbiamo un fan-club. Il sito ci impegna molto personalmente e ha 2mila accessi al giorno: ci scrivono su tanti argomenti. La politica, i problemi sociali. A suo tempo il G8, oggi la guerra: l´unanimità sul fatto che fosse tutta una finzione, una bugia, è stata totale. Ma, al di là della frase ad effetto, delle opinioni, delle critiche, sono le piccole cronache umane a farci capire quanto è importante per loro la musica, la nostra musica».

Si ricorda qualche persona in particolare?
«Sì, una ragazza che stava entrando in ospedale per non uscirci più. Ci raccontava che le nostre canzoni l´avevano resa più forte. Parole asciutte, che mi sono rimaste impresse».

Non la sentite come una responsabilità pesante?
«Si, ma anche come uno stimolo a non lasciarci andare a derive più commerciali. Teniamo molto alla nostra normalità: niente guardie del corpo, nessun atteggiamento divistico. Quanto ti poni in modo normale, l´isteria collettiva svanisce. È vero che ogni tanto, sotto il palco, c´è qualche ragazzina che, trovandosi di fronte a chi ha soltanto immaginato, vuol farsi notare a tutti i costi. Ma bisogna capire che c´è anche una buona dose di autoironia nell´urlare alla "star"». Il vostro è un pop colto, che mescola tanti linguaggi del suono elettronico. Pensate di essere capiti dal pubblico? «C´è chi certamente si avvicina a noi attratto da un ritornello, per aver visto un videoclip o ascoltato una canzone in radio. Ma poi si trova di fronte a un mondo complesso e non può fare a meno di cercare un codice di accesso meno superficiale».

L´esperienza del concerto, comunque, resta il vostro atout.
«Da subito abbiamo affrontato il mondo musicale con una concretezza molto torinese, direi con una mentalità operaia. Abbiamo rifiutato contratti con le major, e manifestazioni canore che potevano assicurarci alte vendite. Abbiamo pure battagliato con la nostra etichetta, la Mescal, per fare tanti concerti al prezzo più basso possibile con l´unico obiettivo di mantenerci. A Sanremo, poi, ci siamo andati solo quando eravamo sicuri di pilotare l´evento, invece di farci pilotare».

Ed ora?
«Finiamo il tour a giugno e poi vogliamo fermarci a riflettere, per tirare un po´ il fiato. E torneremo solo quando potremo proporre un nuovo tipo di musica».

Siete diventati ricchi?
Alla domanda rispondono Boosta e Samuel: «Mica tanto. Abbiamo fatto 500 concerti con 450 mila spettatori. Ma abbiamo venduto 350 mila dischi, per capirci un terzo dei Lunapop. La casa, però, ce la siamo comprata. Prima noi due vivevamo in un monolocale, quasi dormivamo nello stesso letto. Adesso i nostri 30 metri quadri a testa ce li abbiamo. E poi tutto quello che guadagniamo lo investiamo in Casa Sonica».

Paola Zonca

 
 
 ©2002. Tutti i diritti sono riservati.