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18.04.2003 - La storia del Politecnico in 4 mila pezzi
C’è un museo che conserva una collezione di 4 mila pezzi, ma non ha una casa. E’ quello del Politecnico. E’ ospitato in 600 metri quadri di via Cavalli 22 H, e lo spazio è appena sufficiente ad accogliere gli oggetti affastellati l’uno sull’altro: il colpo d’occhio è più di un magazzino che d’una esposizione. Al pubblico è riservata così una sola stanza, nella quale a rotazione vengono spostati alcuni pezzi. Un guaio che Vittorio Marchis, direttore del «Centro Museo e documentazione storica» dell’ateneo, racconta spiegando d’aver bussato invano a tutte le porte: «Mi sono rivolto anche agli enti pubblici, che per ora non hanno accolto il nostro grido di dolore, nonostante la città sia colma di spazi industriali dismessi». Creato appena 4 anni fa, il Museo (presente nel sito del Politecnico all’indirizzo www.museovirtuale.polito.it) ha riunito centinaia di oggetti fino a quel momento disseminati tra cantine, magazzini e dipartimenti: «La “fabbrica” di ingegneri e di archietti - dice Marchis - ha prodotto, in un secolo e mezzo, anche moltissimi documenti e strumenti utili alla didattica e alla ricerca, che negli anni sono stati dismessi: si sono evoluti seguendo o anticipando i passi avanti compiuti dalla scienza e della tecnologia. Sono dunque testimoni dei mutamenti del Politecnico, e nel contempo raccontano anche la storia delle macchine, dell’industria, e di alcuni rami della scienza». Ecco, così, una stanza d’«antiquariato informatico», ingombra di computer con la potenza di un personal ma grandi come lavatrici, con dei «flopponi» da 25 centimetri di diametro, veri antenati dei dischetti odierni: «I computer, perfettamente funzionanti, sono in grado di leggere nastri magnetici che oggi non esistono se non in pochi esemplari». Poiché i dipartimenti erano - e sono - all’avanguardia nella produzione e nell’acquisto di nuova tecnologia, al Museo, ad esempio, «C’è la prima macchina da calcolo programmabile, da tavolo: la 101 di Perotto prodotta dall’Olivetti».

Nelle sale sono ammucchiate poi le numerose macchine ottocentesche che servivano per testare la resistenza o le caratteristiche dei materiali, e sono numerosi i modelli che servivano a spiegare agli studenti dell’Ottocento gli impianti di perforazione di miniere e giacimenti di petrolio. Ci sono modellini di petroliere e antentati dei robot, un pendolo di Charpy per misurare l’impatto, antichi proiettori e una serie di fotomoltiplicatori (prototipi delle telecamere). E poi strumenti ottici, arnesi per le misure dell’elettricità, persino una plancia di comando di una stazione ferroviaria d’inizio Novecento, o la «macchina di Quintino Sella» che genera un vento magnetico. «Questo è l’antenato del mouse», indica il docente. «Questi sono i primi trasmettitori della Rai all’Eremo», «Ecco i 338 registri dei 50 mila studenti laureatisi al Politecnico tra il 1860 e il 1950: c’è anche il diploma di Galileo Ferraris»...e via, in un viaggio tra scaffali ingombri e pavimenti completamente ricoperti di pezzi e documenti creati lungo centocinquant’anni di ricerche dell’ateneo: «Nonostante tutto, lavoriamo con le scuole, creiamo cd, abbiamo rapporti con molti prestigiosi musei stranieri: l’odierna città delle macchine e della tecnologia è frutto del passato, in cui la storia il Politecnico ha detto parole importanti. Purtroppo l’ateneo forse è talmente proiettato sull’innovazione, da curare poco la memoria». Il rettore, Gianni del Tin, replica che così non è: «Non è un problema di sensibilità, ma di chances reali di ospitare questa così come molte altre attività. Lo spazio è talmente all’osso che scarseggia per attività irrinunciabili come le lezioni o i laboratori: il raddoppio dell’ateneo è vitale per lo sviluppo e la sopravvivenza dell’ateneo, e solo quando sarà in fase più avanzata si potrà trovare una giusta collocazione al Museo». Significa aspettare qualche anno. A meno che a raccogliere l’appello intervengano gli enti pubblici.

Giovanna Favro

 
 
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