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Torino - 30 maggio 2003
 
 
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30.04.2003 - Il Rinascimento spunta in via Porte Palatine
Cadute le impalcature che l’avvolgevano per i restauri, è apparso in via Porte Palatine angolo via della Basilica, uno splendido palazzo rinascimentale a quattro piani, che da secoli Torino non riconosceva, nè sospettava più d’avere. Ha cantine d’epoca romana, purpurea facciata con finestre a crociera in cotto, piano nobile con affreschi e soffitti policromi del Quattrocento. Culmina in una candida ed elegante loggia colonnata, sotto l’ombra di una torre medievale, che svetta con caditoie e merli a coda di rondine. A vederne oggi le linee sembra strappato dal Canal Grande di Venezia, ma generazioni di torinesi vi sono passate accanto senza sospettarne la presenza e le aristocratiche forme originarie, occultate da logori strati d’architettura anonima, che lo facevano apparire un vetusto stabile d’edilizia popolare, rimaneggiata fino all’ultimo dopoguerra. Era difficile crederlo quello che infine dimostra d’essere: l’agiata dimora che una verosimile tradizione attribuisce al colto e raffinato Emanuele Filiberto Pingone, splendido quanto raro esempio d’intellettuale del tardo rinascimento piemontese. Fu amico e «referendario», vale a dire capo dell’amministrazione, del Duca Emanuele Filiberto di Savoia.

Ma fu anche il primo vero genealogista della dinastia sabauda, nonchè autore nel 1577 della prima storia documentata di Torino, completata dalla più antica ed attendibile carta topografica della città, disegnata da Giovanni Carracha. Torino dedica a Pingone una via del centro davvero modesta rispetto il suo merito civico maggiore: salvò dalla dispersione le lapidi della romanità torinese, usate ai suoi tempi come materiali edili di recupero. Molte erano accatastate nei terreni dove il Duca Emanuele Filiberto costruì la Cittadella. Pingone se le fece affidare, prima dell’avvio dei cantieri. Sfilò per la città con un corteo di carri, colmi di memorie marmoree, che impilò nel giardino di casa sua. Per i rustici e stupiti torinesi dell’epoca erano solo «le antichità ‘d Monsu Pingon», espressione che durò a lungo per indicare «cianfrusaglie vecchie». Ma per nostra fortuna costituirono la preziosa prima dote dell’odierno museo d’Antichità, in via XX Settembre 88/c, a pochi passi dalla dimora, oggi ritrovata grazie all’entusiasmo della sua attuale proprietà e di Paola Salerno, direttrice della Soprintendenza ai Beni architettonici.

L’immobile, sopravvissuto con decorosa modestia fino al 1997, a fianco di un’attigua manica a due piani, su via Egidi, ospitava una decina di alloggi e due negozi, fra i quali quello della storica coltelleria «Tenderini», oggi in via delle Orfane 25. Venne allora acquistato in blocco dalla società di costruzioni «De.Ga», che ne ha affidato il recupero architettonico a Franco Fusari e la direzione dei lavori a Federico De Giuli. Prima delle opere è stata effettuata una ricerca filologica delle origini della casa. L’archeologa Luisella Pejrani ha messo a nudo le sue cantine romane, che saranno presto visitabili con un gioco d’aeree passerelle. Paola Salerno, affiancata dalle restauratrici Marina Locandieri e Tiziana Sandri, ha guidato quindi l’esplorazione delle strutture murarie, che hanno rivelato il loro rango. «Con emozione - ricordano - abbiamo visto venire alla luce un esempio, raro in Torino, di dimora benestante d’epoca medievale e rinascimentale».

Rimosse le falde dei tetti, è riapparsa una torre medievale merlata, sovrastante un ambiente che si è rivelato essere un bel loggiato, riproposto con la luminosità chiara dei suoi intonaci a marmorino. Mentre la facciata tardo medievale è ricomparsa con finestre in cotto. «E’ stata riaffrescata - spiega Salerno - in tinta rossa, che presto impallidirà in un elegante rosa antico, conforme alle tracce rinvenute della coloritura originaria». Negli interni il piano nobile ha recuperato un salone a cassettoni policromi cinquecenteschi, sovrastanti pareti a stucco chiaro, con fasce di decorazioni naturalistiche e antropomorfe, fra le quali un curioso ermafrodita. «Abbiamo avuto la sorpresa - aggiunge De Giuli - di trovare anche un grande mattone romano, con inciso il gioco del filetto e un’enigmatica sigla: “AB+”. Diverrà il “logo” del progetto che verrà promosso entro ottobre in questa casa». Di che cosa si tratta? «Di una rivista, un sito Internet, un ristorante, un centro di cultura musicale, che interagiranno per dimostrare come l’innovazione influirà sulla nostra vita. Presto diremo di più». E Pingone potrà ancora abitare casa sua? «Certo, sarà una “Presenza” affascinante e colta, che apparirà in alcune delle sorprendenti forme che la tecnologia dell’immagine e del suono offrono al sapere e all’intrattenimento mondano odierni».

Maurizio Lupo

 
 
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