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07.05.2003 - La fabbrica dei sogni
Sulle rive floride e verdi del Po c’è la fabbrica che tutti i bambini vorrebbero visitare. L’officina sforna sogni sotto forma di cartoni animati, che assomigliano a chi li crea: gentili, delicati, morbidi. «Giovanna e Tommasone», la bambina garbata e il drago buono, sono i protagonisti della fantasia di Cristina Làstrengo e Francesco Testa. Architetto lei, filosofo lui si sono inventati negli anni Settanta un fumetto di grande successo. L’idea nasce dalla passione: quella per i disegni e per le parole, e quella di due giovani sposini che mal sopportavano, per nostalgia, di non lavorare insieme. Da allora sono passattati trent’anni di vicinanza, amore e lavoro frullati tra story board e occhiate dolci per nulla invecchiate. L’età non è questione anagrafica: «Al mattino mi sveglio diciottenne», racconta Francesco Testa. «Poi, nei secondi successivi mi rendo conto che non è proprio così...». Giovanna e Tommasone nel 1973 approdano in via Biancamano, tempio di un’Einaudi rigorosa e severa. L’idea piace, tanto che la bimba garbata e il drago buono cominciano una lunga serie di avventure pubblicate per la casa degli Struzzi, crescendo generazioni intere a pane e buoni sentimenti. Messaggi rassicuranti, pedagogici, mai melensi. Anche i cattivi (come il barone Gualtiero, inguainato in una temibile armatura) popolano i sogni di Giovanna, ma non c’è violenza. La fanciulla è buona, non scema però. Anzi, è molto sveglia: quasi più del suo imponente amico, che spesso ha bisogno di essere incitato per sputare le proverbiali fiamme. Più di tutto Giovanna è spontanea, e le piace un sacco sognare. Andare in quel luogo dove lei e il cane Ciccio incontrano Tommasone, le principesse e le streghe. Ogni storia ha un preambolo nella vita reale. Poi la bimba si addormenta e raggiunge (sempre con il fedele Ciccio) il drago. Un prurito alle orecchie è il segnale della fine del sogno.

Tre anni fa poi il fumetto ha cominciato a parlare, muoversi, scalpitare. Così, all’epoca dei ninjia e dei Pokèmon, è nato un cartone rivoluzionario, che sussurra anziché urlare. Fatto in casa (sul serio) e non dentro una scatola prefabbricata che sforna supereroi in serie e gadget gelatinosi. Sotto l’edera affacciata su corso Casale, il merchandising è cucito da Cristina: un paio di guanti rossi sfoggiano un piccolo Tommasone sull’estremità dell’indice. Ma gli oggetti non sono (ancora) sul mercato. «I nostri disegni animati si rivolgono a una fascia di età bassa», racconta Francesco. «Normalmente non accade così: proprio perché i ragazzini più grandi sono forti consumatori di oggetti e giocattoli ispirati ai personaggi della televisione». Cristina e Francesco hanno scoperto che con alcuni computer potevano ottenere un tratto ad alta definizione. E così Giovanna ha mosso i primi passi, aiutata da un’energica squadra di giovani, che tutti i giorni riempiono casa Testa. Qualcuno disegna, qualcuno colora con il computer, altri si occupano dell’animazione. Un bel gruppo: prima il cuore della produzione era a Baldissero d’Alba, in un castello di famiglia. Ma gli spostamenti erano scomodi. «I ragazzi venivano solo tre volte alla settimana, allora abbiamo deciso di spostarci a Torino». Così la produzione è diventata più veloce. Dal 17 febbraio le avventure di Giovanna e Tommasone sono in tv: in onda sulla Melevisione e all’interno di Andrea Tuttestorie. «I dati auditel - spiega Francesco - sono piuttosto incoraggianti. Quando c’è Giovanna sullo schermo, aumentano gli spettatori». Il modello giapponese non è l’unica strada percorribile. Anche perché ora, causa Sars, chi lavora con le produzioni orientali si trova nei guai. Polmoniti a parte, questo cartone insegna qualcosa anche ai grandi che abbiano orecchie buone per ascoltare. Cioè che i mezzi di comunicazione non sono schiavi del mercato: il pubblico guarda i Pokèmon, se sullo schermo c’è solo quello. Ma se c’è un’alternativa, non la ignorano affatto, bollandola come scarsamente appettibile. Il tutto, oltre i sogni di Giovanna e la tivù dei ragazzi, fa ben sperare. E significa (forse) che non siamo condannati in eterno a quiz, saltimbanchi e sciantose.

Silvia Truzzi

 
 
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