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Torino - 28 luglio 2003
 
 
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05.11.2002 - Ma qui si assume
SUCCEDE sempre più spesso, ai torinesi che per lavoro si recano in giro per l'Italia, di essere interpellati sulla condizione della loro città con domande contraddistinte da un forte accento di pessimismo. A Milano come a Roma, è frequente sentirsi interrogare sullo stato e la prevedibile sorte di Torino nel modo un po' cauto e circospetto con cui, in genere, ci si rivolge a chi ha in casa un malato grave, del destino del quale è lecito dubitare. Come ha notato Pier Luigi Battista su questo giornale, negli ultimi tempi, l'opinione pubblica italiana mostra di considerare Torino alla stregua di un organismo dalla fibra compromessa, che vive in una condizione di sofferenza. I suoi abitanti sono dunque osservati come se dovessero portare i segni evidenti di tale malessere e su di loro si proiettasse un'ombra tale da pregiudicarne la stessa qualità della vita. E si ha un bello spiegare che, sì, a Torino c'è una preoccupazione diffusa per la crisi industriale e che certo la città e le forze locali devono impegnarsi per progettare il suo futuro, ma che comunque non si vive, nell'insieme, peggio o troppo diversamente che nel resto d'Italia. D'altronde, la tendenza al ristagno economico non è qualcosa che debba riguardare i torinesi soltanto, dal momento che l'insoddisfacente andamento dell'economia italiana coinvolge tutti. Ma queste affermazioni vengono accolte con un'espressione di circostanza, quasi che si trattasse di una specie di autodifesa, magari dovuta e attesa, ma non per questo credibile. A coloro che, ne sono sicuro, mi rivolgeranno domani queste domande, ricorderò i dati che provengono dalle rilevazioni recenti sul mercato del lavoro della provincia di Torino (sono stati riportati nella cronaca cittadina de La Stampa del 26 ottobre): a fronte di 119 mila persone che hanno lasciato il posto di lavoro nei primi otto mesi del 2002, altre 155 mila sono state assunte. Il saldo positivo è dunque pari a 36 mila unità. Il terziario ovviamente ha fatto la parte del leone, reclutando 116 mila addetti, mentre l'industria ha conosciuto un decremento consistente degli avviamenti al lavoro rispetto al 2001. Bastano queste cifre a rassicurare sulla tenuta del sistema economico e sociale di Torino? Probabilmente no, se si considera che l'occupazione è andata peggio quest'anno rispetto al 2001, allorché nel medesimo periodo i nuovi posti di lavoro avevano superato le 51 mila unità. Ed è giusto rammentare che si tratta per la gran parte di contratti a tempo determinato, ormai la modalità predominante con cui si entra al lavoro. Dati come quelli che ho citato non possono quindi essere usati per stilare una prognosi rassicurante in via di principio sul futuro di Torino, sulla sua transizione dall'egemonia dell'industria meccanica a una realtà più differenziata e composita. Ma possono servire a togliere un po' d'ansia, nell'immediato, circa le scelte e i tempi che tale svolta richiede per essere condotta a termine. Torino deve trovare dei nuovi motori e dei nuovi impulsi economici, da affiancare e talora da sostituire ai vecchi, per rilanciare il suo sistema locale. Questo è un compito che va affrontato con tutta la determinazione che è necessaria e che il senso di responsabilità impone. Ma può farlo in un contesto che non è di emergenza sociale e che richiede, non tanto l'urgenza di tamponare delle falle, quanto piuttosto chiarezza d'intenti e una prospettiva di investimento nel lungo periodo.

Giuseppe Berta

 
 
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