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Torino - 30 luglio 2003
 
 
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20.06.2003 - Bresso: «Il Toroc non sa valorizzare il Piemonte»
SERVONO regole chiare per definire le modalità di consultazione tra il Toroc e gli enti locali. Così non è più possibile andare avanti. Comune, Provincia e Regione non sono degli intrusi o dei rompiballe ma hanno il diritto e il dovere di far valere le loro opinioni su scelte che investono il futuro di questa terra al di là dell’evento olimpico». Mercedes Bresso, presidente della Provincia di Torino, rompe il suo tradizionale riserbo e interviene con forza per sottolineare come «il Comitato organizzatore è una struttura nata per realizzare un contratto che porta in primo luogo la firma della città di Torino e poi vede coinvolti come titolari della promozione dei territori la Provincia e la Regione».

Presidente Bresso, oggi si conclude la visita della Commissione di coordinamento del Cio. Perché ha deciso di intervenire e di rompere quella concordia istituzionale invocata a gran voce da tutti?
«Non è possibile che ogni volta che gli enti locali prendono una posizione questa sia vista solo in una logica di lottizzazione o di sfascismo. Non voglio la testa di nessuno. Ho il diritto di parlare per difendere le possibilità di sviluppo del mio territorio. E poi, vorrei sapere perché se una decisione viene presa da una struttura tecnica deve essere sempre considerata giusta a priori».

Si riferisce alla scelta degli organizzatori delle cerimonie di apertura e di chiusura dei Giochi, un lavoro di 20 milioni di euro?
«Sì. A quanto mi hanno riferito i miei uffici delle sei imprese in gara quattro sono allo stesso livello. Due sono italiane e due sono inglesi. Chiedo solo di mettere in pratica quello che tutti sostengono a parole cioè che le Olimpiadi sono una risorsa che moltiplica le possibilità di sviluppo dell’imprenditoria locale».

Presidente sta proponendo di rimettere in discussione i risultati di una gara che di fatto si è già conclusa? Nei giorni scorsi anche l’assessore comunale alle Olimpiadi, Elda Tessore, aveva sollevato la questione provocando un coro di reazioni negative. Perché anche lei usa a queste pressioni che suonano come un’ingerenza politica?
«Il mandato che gli enti locali hanno affidato al Toroc era ed è preciso: prima di assumere la decisione finale il presidente Castellani e il direttore Rota dovevano verificare la possibilità di trovare un’intesa tra i due concorrenti italiani. Una convergenza tra due progetti di qualità equivalenti a quelli d’oltre Manica. La Provincia, ad oggi, non sa se la missione è stata svolta».

Mi scusi, ma lei non ha risposto. Perché vuole condizionare la scelta del Toroc?
«Guardi, non ho scheletri nell’armadio. Non ho imprese o ditte da difendere e da far lavorare. Il mio è un ragionamento generale: questi giochi devono servire da volano per lo sviluppo delle realtà economiche nazionali e locali. Il Toroc è liberissimo di scegliere ma poi si deve assumere la responsabilità di una decisione che non valorizzi il made in Italy ma anche il made in Piemonte».

Ma una simile decisione rischia di avere effetti dirompenti per l’immagine internazionale dei Giochi. Come si fa a modificare una classifica già definita?
«Il Toroc è un soggetto di diritto privato che ha compiuto un’esplorazione delle varie offerte disponibili. Una ricerca che non prevedeva la stesura di una classifica finale e la consultazione degli enti locali. Nessuna vieta un’ulteriore esplorazione per verificare la possibilità di convergenza tra i concorrenti italiani».

E’ meglio rischiare una figuraccia a livello mondiale piuttosto che scontentare gli imprenditori locali? Il gioco vale la candela?
«In questo caso sì visto che i progetti italiani sono di qualità elevata».

Nessun interesse diretto?
«No. Il mio problema è diverso: a parità di prestazioni, come in questo caso, resto convinta, e non ho intenzione di demordere, della necessità di privilegiare l’imprenditoria italiana, e anche quella piemontese, invece che quella straniera».

Maurizio Tropeano

 
 
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