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29.06.2003 - Guardiani del copyright
Che la società della conoscenza debba occuparsi diritti di proprietà intellettuale è quasi una contraddizione nei termini. Come ogni economista sa bene, la conoscenza è un bene pubblico, limitarne l'uso assegnando diritti o proprietà non solo è difficile ma anche controproducente quanto più la conoscenza è diffusa, tanto più una società crea, inventa, si rinnova e cresce. Per capire il senso dei diritti di proprietà intellettuale come i brevetti dobbiamo tornare, come sempre, al problema degli incentivi. Produrre conoscenza costa, e chi la produce vuole essere remunerato. Dunque, ecco il nocciolo della questione, soprattutto per un Paese cronicamente deficitario nella ricerca come il nostro: come conciliare i benefici pubblici della diffusione della conoscenza con gli incentivi privati alla sua creazione? Per rispondere a questa domanda è utile procedere per passi. Il primo è definire i meccanismi che regolano e premiano la produzione e la diffusione della conoscenza come istituzioni: per essere concreti, la definizione dei criteri per cui un accademico può pubblicare i risultati della sua ricerca su una rivista scientifica (e quindi fare carriera) è un'istituzione; il sistema dei brevetti europei è un'altra istituzione. Il secondo passo è definire i confini di queste istituzioni, e i confini sono quattro: il confine tra pubblico e privato, il confine temporale, il confine geografico e infine il confine dell'ambito di competenza.

Partiamo dal confine tra pubblico e privato. Quando si discute di come rafforzare e promuovere la ricerca spesso si sostiene che è necessario rafforzare il legame tra università e impresa, così in Italia come nel resto del mondo. Ora, vi siete mai chiesti perché un accademico, per quanto si dica sostanzialmente d'accordo, sia in verità infastidito dall'ipotesi di questo abbraccio tra università e impresa? Perché il suo modo di fare ricerca risponde a meccanismi istituzionali e di incentivo diversi dall'impresa: l'accademico è premiato dalla trasformazione dei risultati della sua ricerca in bene pubblico (pubblicare un saggio), l'impresa in bene privato (il brevetto). Il fatto è che questi due meccanismi istituzionali, spesso definiti come Scienza e Tecnologia, convivono nelle società contemporanee. E convivono perché la nostra società ha bisogno di entrambi i sistemi: la scienza produce essenzialmente conoscenze di base, la tecnologia conoscenze più applicate che possono essere meglio identificate, catalogate e brevettate. Dunque, è fondamentale che impresa e accademia collaborino, ma bisogna che gli incentivi alla ricerca permettano a entrambi i meccanismi istituzionali di sopravvivere. Sarebbe folle legare gli incentivi alla ricerca universitaria solo all'applicabilità commerciale dei risultati, così come legare la concessione del brevetto, ad esempio per un nuovo motore diesel, alla pubblicazione dei meccanismi di funzionamento del motore su «Science»! Detto questo, il confine tra scienza e tecnologia può variare e modificare il sistema di incentivi con risultati importanti.

II secondo confine è appunto temporale: le istituzioni per la ricerca cambiano nel tempo per rispondere ai mutamenti delle tecnologie. Come definire diritti di proprietà sulla musica che nell'era digitale permettano a Emi di difendersi da Napster è certo un problema nuovo per l'istituto del copyright. Allo stesso modo le istituzioni cambiano in base a nuove esigenze sociali ed economiche. Nel 1880 gli industriali svizzeri si rifiutarono di introdurre una legislazione sui brevetti perché volevano continuare a copiare allegramente le invenzioni dei loro concorrenti stranieri. Nelle fasi iniziali di un processo di sviluppo economico, se un paese fa comunque poca ricerca, perché mai dovrebbe proteggere le invenzioni altrui? L'esem- pio della Svizzera è spesso citato per giustificare Paesi come la Corea del Sud o Taiwan che basarono sul reverse engineering le prime fasi del proprio sviluppo tecnologico. Ma se un Paese si sviluppa e innova, a un certo punto dovrà comunque introdurre una legislazione sui brevetti, e infatti così fecero gli svizzeri. Qui interviene anche il terzo confine, quello geografico. La Svizzera adottò una legislazione sui brevetti, anche per la pressione dei concorrenti tedeschi e perché gli svizzeri stessi volevano difendere le loro innovazioni su altri mercati come la Germania. Se la proprietà intellettuale ha dunque una dimensione transnazionale, è necessano disegnare istituzioni transnazionali che armonizzino regolamenti nazionali. In quest'ottica funziona appunto lo European patent office. Il problema è che la dimensione transnazionale rende più difficile definire un altro confine istituzionale, quello dell'ambito di competenza. La "regolamentazione" dei brevetti, ad esempio, confina con la regolamentazione del commercio intemazionale: regole particolari sui brevetti adottate da un paese possono facilmente essere percepite come misure protezionistiche da un altro.

L'intervento di Bush di martedì scorso contro la legislazione europea sugli organismi geneticamente modificati va prprio in questo senso: per Bush gli europei usano questa legislazione per proteggere la propria agricoltura. E dunque necessario che gli accordi intemazionali sui brevetti siano parte degli accordi sul commercio? Così in effetti prevede il Trips, che regola i diritti di proprietà intellettuale nell'ambito della Worid trade organisation. Per quanto questa strategia abbia un fondamento concettuale, è rischioso unificare i tavoli dì negoziazione degli accordi intemazionali. Istituzioni mirate come gli accordi sui brevetti sono comunque essenziali e il Trips non deve fornire un alibi per rallentarne evoluzione e riforma. Inoltre, se un organismo (Wto) funziona, un modo per smettere di farlo funzionare è allargarne le competenze: può un buon cane da guardia sorvegliare dieci case insieme?

Giorgio Barba Navaretti

 
 
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