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25.11.2002 - La provocazione del salone dell'auto
«La passione è servita». Con questo slogan accattivante il grande patron della manifestazione fieristica bolognese «Motor Show», Alfredo Cazzola, rilancia con il Salone Italia la sfida dell'industria automobilistica. E fa bene a farlo in uno dei momenti più difficili, forse il più difficile, della centenaria storia della Fiat. L'uomo è coraggioso quanto basta per sostenere un'iniziativa manageriale che ha tanto l'aria della provocazione: esattamente un anno dopo il primo segnale del terremoto che sta scuotendo la Fiat dalle fondamenta e dieci mesi dopo l'annuncio che Torino non avrebbe mai più ospitato la rassegna internazionale dell'auto. Dunque dal 7 dicembre tutti a Bologna, morto il salone viva il salone. Ma a Bologna. In un suo saggio Saverio Vertone, parlando di Torino, la definì una «città che elabora ma non trattiene» per dire la capacità di creare e l'incapacità di conservare. Quando qualche anno fa Cazzola conquistò il centro fiere del Lingotto forse Torino avrebbe fatto bene a mettere qualche paletto sul futuro e sulla difesa di una manifestazione come il salone dell'auto. Non lo ha fatto e si giustificò, ribadendolo anche in tempi recenti, che quel tipo di rassegna stava tramontando in tutto il mondo. Il Motor Show sembra dimostrare il contrario. Più che una scarsa propensione a conservare la tendenza che affligge questa città da lungo tempo somiglia a una vocazione a cedere. Il salone dell'auto non è che uno dei tanti esempi che confermano questa vocazione che non sempre è giustificata dalla necessità. Non si rinuncia a una grande infrastruttura per poi sentirsi dire che il salone a Torino non ha più storia e a Bologna è un successo come se questa città fosse sulla luna. Così come non si può immaginare che la conquista della Fondiaria da parte di Sai debba concludersi per forza col trasferimento di quest'ultima a Firenze. Gli altri si comportano diversamente. Conquistata la Telecom, Tronchetti Provera non ci ha pensato un istante prima di decidere il trasferimento della sede da Torino a Milano, la De Agostini ha fatto altrettanto con la sede della Utet, la Mondadori con l'Einaudi o quasi. Ci manca solo che l'Italgas faccia la stessa fine. Per contro il San Paolo Imi non ha portato a Torino la direzione del Banco di Napoli e nessuno pensa che avrebbe dovuto farlo. Ciò che si vuol sottolineare è piuttosto la capacità di resistere alla vecchia tentazione di chiudere le porte dopo che i buoi sono scappati. Si dirà che c'è sempre tempo per rimediare ma siamo a un punto in cui questo tempo comincia a scarseggiare. La crisi della Fiat, accelerando il processo di trasformazione economica di Torino, evidenzia questa necessità di cambiare registro. Il sindaco Chiamparino ha dimostrato più volte di avere questa consapevolezza, deve tradurla in azione. Potrebbe cominciare chiedendo a Cazzola perché il salone dell'auto, sepolto a Torino, sia resuscitato a Bologna. Una provocazione? Può darsi. Sarebbe questo un modo per affrontare in maniera originale la crisi della Fiat. Un atto di fiducia nell'automobile. Simbolico quanto si vuole ma importante. Che non esclude altre iniziative più immediate. Come quella di chiedere al governo «di agire per costringere l'azienda a modificare il piano industriale». Una richiesta, quest'ultima, che sabato ha scandalizzato il giornale della Confindustria che l'ha definita «una direzione sbagliata» come se, al momento, ve ne fossero molte altre. In fondo Chiamparino ha sollecitato al governo un intervento, facendo né più né meno quello che da settimane stanno facendo anche ministri e sottosegretari di quel governo che alla Confindustria piaceva tanto prima e dopo il suo insediamento. Sicuramente più di quanto non le piacesse la Fiat con la quale non ha avuto e continua a non avere buoni rapporti.

Salvatore Tropea

 
 
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