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Torino - 23 maggio 2003
 
 
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04.11.2002 - Il coraggio di pensare a un'altra Torino
INTERVENTO pubblico nel capitale? Nuovi alleati italiani o stranieri? Almeno per il momento, la Fiat ha detto: «No grazie». «Abbiamo scelto di ragionare facendo affidamento sui nostri mezzi» ha dichiarato quattro giorni fa l'amministratore delegato del Lingotto, Gabriele Galateri, con uno scatto d'orgoglio degno della Fiat dei tempi migliori. Quasi una risposta a quanti si sono affrettati a parlare del gruppo torinese al passato come di un pezzo della storia di Torino da consegnare agli archivi. Se è vero che, nel bene e nel male, Torino è stata condizionata dalla «Grande Fabbrica» fino a plasmare sullo sviluppo di quest'ultima il suo destino di città industriale, è altrettanto vero che deve ora adoperarsi per studiare una via d'uscita comune. Con lo stesso scatto d'orgoglio del Lingotto e, naturalmente, nel rispetto della propria autonomia, la città deve rispondere ai profeti di sciagura, vecchi e nuovi, contando sui propri mezzi. Lo ha già fatto altre volte, può rifarlo oggi. L'uscita dalla crisi indotta Torino deve inventarsela, accelerando un processo di sviluppo e di cambiamento già in atto e andando oltre. Deve esercitare la fantasia rendendosi conto che ci vuole un vero salto qualità. Deve cambiare passo nella convinzione che quello che poteva andare bene fino a un anno fa oggi continua ad andare bene ma non basta più. Non deve accontentarsi della normalità perché questi che sta attraversando non sono tempi normali. L'orgoglio ha un prezzo che è quello del rischio e, in quanto tale, presuppone una rispettabile dose di coraggio. Torino deve perciò uscire dal guscio delle scelte sottotono, darsi obiettivi che apparentemente possono sembrare velleitari ma che, date le circostanze, rispondono invece al bisogno di andare oltre l'ordinaria amministrazione. Non è facile, ma è indispensabile tentare. Occorre perciò individuare alcuni percorsi nuovi che vadano al di là delle opere per le Olimpiadi, la metropolitana, l'alta velocità, questo o quel sottopasso. È necessario inventare un qualcosa che costituisca realmente un valore aggiunto. Ecco, potrebbe essere questa la svolta. A condizione però che non si perseveri in vecchie abitudini. In altre parole occorre agire senza timore di ricorrere a contributi eccezionali, intesi come concorsi di idee internazionali, ma anche come meccanismi nuovi che favoriscono un più moderno tipo di sviluppo industriale. Si può immaginare una ricollocazione del Museo Egizio da affidare a grandi nomi dell'architettura e da realizzare in funzione dello sviluppo urbanistico della città e di una sua accresciuta vocazione turistica e culturale. Ma è soltanto un esempio. Sul piano della crescita industriale l'ipotesi potrebbe essere quella di un'agenzia per lo sviluppo che tenga conto dei nuovi percorsi dell'industria torinese. Un progetto capace di convogliare nuovi investimenti in un habitat industriale nuovo e tecnologicamente avanzato. E' questa un'idea che il sindaco Chiamparino insegue da tempo e sulla quale s'è innestata, ancor prima dell'acuirsi della crisi Fiat, l'attuazione di un distretto dell'auto capace di mettere assieme le attività di ricerca e sviluppo per dire le spinte più innovative e sofisticate di questo settore. Questo salto qualitativo, imposto da una congiuntura senza precedenti, dovrebbe essere attuato in tempi record, salvo verifiche periodiche, per controllare lo stato delle opere e le necessarie correzioni. Ma la condizione principale resta il rifiuto dell'ordinarietà, della ripetitività dei modelli, dell'accontentarsi in ogni caso. Tutte tentazioni, queste, che possono portare a maturare la convinzione che il cambiamento sia un cantiere eterno per migliorare parzialmente lo stato di piazza Vittorio, salvo poi consegnarla ai chioschi notturni dei paninari con una scelta insensata che farebbe inorridire i frequentatori della parigina place Vendme. Un volare basso che può indurre a definire luci d'artista un addobbo prenatalizio che trasforma via Roma in un angolo della Marina Piccola di Capri con reti e tramagli di pescatori. Nell'eccezionalità del momento il salto di qualità presuppone ben altro. Ed è su questo che si misurano l'orgoglio e l'immaginazione. Se, come si spera, la Fiat ha trovato la forza per lo scatto di reni, altrettanto deve fare la sua città. Assieme possono uscire più facilmente dalla turbolenza. Certo, è un problema di mezzi finanziari, ma è anche una questione di mentalità: se non cambia anche i soldi possono servire a ben poco.

Salvatore Tropea

 
 
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