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31.10.2002 - A Torino non servono funerali
TORINO non è morta, e perciò non le si addice il clima da funerale che molti devoti e accorati ammiratori stanno malinconicamente ricamando attorno a una città che ancora non ha detto la sua ultima parola. Beninteso, si capiscono le genuine apprensioni, l’angoscia del presente e del futuro, gli interrogativi sulle ripercussioni della crisi Fiat nell’identità torinese. Ma la divorante nostalgia rischia di generare lamenti funebri su un’immagine di città che già da decenni non corrisponde più alla realtà di una Torino che è cambiata. E decisamente in meglio. Vittorio Messori sul Corriere della Sera ha intonato il de profundis per una Torino che vede attraversata da «processioni di fantasmi». E nella sua prosa palpita il lancinante rimpianto per una città cresciuta all’interno di un «cerchio di ferro e di fuoco» e gozzanianamente ricordata per le sue «dritte vie corrusche di rotaie». Tanto più acuto, il rimpianto, nella previsione che sulla città incomba il più tetro dei destini: «lo spalancarsi di un Buco nero». Su Repubblica Giorgio Bocca ha rievocato con inconsolabile senso di perdita «la Torino della cultura del lavoro, come quella militare della disciplina e della fatica», lo spirito smarrito del «guardiano-sentinella», del «travaiuma», del «bastone» alternato alla «carota», della «madamìn con il colletto di pelliccia». Una Torino finita già da tempo. Come del resto è cambiata tutta l’Italia che, appena entrata con lacrime e sangue nella modernità industriale, in un pugno di anni si è risvegliata post-moderna, flessibile, delocalizzata, disincantata. Torino è da tempo una città più indisciplinata ma più colorata, meno dura ma più fantasiosa, più edonista, più diversificata, più poliedrica. Ama sciamare tra gli spazi screziati alla Fiera del Libro e accoglie con una disponibilità psicologica un tempo insospettabile la fantasmagoria del Salone del gusto. Ha subito una metamorfosi, non necessariamente virando al peggio. Non muore. Non si rassegna a indossare i panni scuri del caro estinto. E non s’abbandona all’elogio della disciplina militaresca perduta. Angosciata, ma vitale.

Pierluigi Battista

 
 
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