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Torino - 23 maggio 2003
 
 
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31.10.2002 - Così nacque il partito della Fiducia
Ci sono partiti che nascono da una scissione, altri partoriti da un'azienda e altri ancora figli di un applauso. Il partito dei Fiduciosi è nato così, da un applauso di ultrasessantenni sbocciato alle 17,23 del 29 ottobre 2002 nella sala dell'Unione industriale. L'applauso è esploso quando il vicesindaco, Marco Calgaro un cattolico pragmatico che nella vita ha fatto lo scout prima e il chirurgo poi ha detto il suo «Basta». Basta con il ceronettismo catastrofista, di quelli che «scrivono articoli bellissimi per dire che l'unica Torino possibile è l'oleografia della Torino che fu, il rimpianto per ciò che non è». Chi più delle teste bianche in platea, accorse alla conferenza di apertura dell'Università della Terza età, avrebbe avuto titolo per rimpiangere? Eppure il popolo in sala non ha gradito. Ha applaudito invece il «Basta» del vicesindaco, ha rovesciato la vulgata sociologica che impone all'anziano di vivere con lo sguardo perennemente indietro, nella biblica lamentazione per le cipolle d'Egitto che il faraone elargiva benevolo ai suoi schiavi. I Fiduciosi non sono un partito ideologico nel senso classico del termine. Anzi, presi individualmente, rifiutano con fierezza di essere catalogati. Spesso sono iscritti al partito senza saperlo. Ma si riconoscono perché ogni tanto, quando meno te lo aspetti, escono con affermazioni sconvolgenti. Come quella lapidaria di Rodolfo Zich, il 2 ottobre 2001: «È molto meglio fare delle operazioni di sostanza che crogiolarsi sui simboli». Zich è stato per lunghi anni rettore del Politecnico, uno dei covi del partito. È un signore che sogna «una Torino in grado di generare nuova imprenditoria nel settore della conoscenza di altissima qualità». Aggiunge, Zich, un'affermazione che somiglia a una bestemmia: «La ricchezza di Torino arriverà sempre di più dal valore immateriale, dai servizi, dal software». Per il leader degli Ingegneri, i dottori della chiave inglese, è una rivoluzione copernicana: dalla lamiera all'immateriale, dall'industria pesante, che sfama centinaia di migliaia di famiglie, a migliaia di aziende che producono «servizi», qualcosa che non si tocca, non si stocca nei piazzali, non si trasporta sui camion. Sono in pochi a crederci? Forse no, forse il partito ha più adepti di quanti sembri. Gente che da anni vive a Torino come se fosse una città normale. Che osa l'insondabile e rompe i cliché. Quelli del Cinema, ad esempio. La Filmcommission è nata da una scommessa azzardata: trasformare la città della Fiat in un set appetibile. All'inizio lo ha fatto con qualche timidezza: «A Torino non abbiamo la Fontana di Trevi, però...». Però nel giro di pochi anni si sono girati decine di film e gli attori di «Cuori rubati» e di «Cento vetrine» scorrazzano per i bar della città. L'immateriale di Zich si è materializzato, è diventato una piccola industria, affari, posti di lavoro. L'industria del film come quella del gusto di Carlin Petrini. Non sono, è chiaro, soluzioni sufficienti a riempire il «Buco nero» lasciato dalla Feroce di Mirafiori. Quel «buco nero» che temeva qualche giorno fa Vittorio Messori annunciando la fine di Torino e facendola coincidere con la fine della Fiat in un accesso di fukuyamismo nostalgico in grado di rimpiangere addirittura l'orrore di «Italia '61». Il fatto è che il «buco nero» non si riempie con una sola palata di terra. Uno dei Fiduciosi più convinti, il sindaco Chiamparino, lo dice così: «La trasformazione di Torino va governata, nessuno può chiederci di trovare di colpo migliaia di posti di lavoro, non sostituiremo l'auto con la salsiccia di Bra». Ma già il suo predecessore Valentino Castellani, collega di Zich al Politecnico, aveva spiegato che la lenta uscita di scena della Fiat non va sostituita con l'ingresso di un'altra Fiat ma con «centinaia di aziende tecnologicamente avanzate». Tante piccole palate per riempire il buco, come la nascita della scuola di formazione al Bit, il centro dell'Onu in riva al Po, semisconosciuto ai torinesi, o il Centro di oncologia delle Molinette dove sarà sperimentato il vaccino anticancro. Se l'operazione delle piccole operazioni riuscirà, alla fine della trasformazione, Torino non sarà governata da un Grande Potere ma da tanti poteri di dimensioni più ridotte. Da anni Andrea Pininfarina lavora per questo obiettivo. Curioso destino il suo: quello dell'erede di una famiglia che ha lavorato per la Fiat, si è emancipata dalla dipendenza dalle commesse del Lingotto e ha presieduto la Itp, l'agenzia per promuovere a Torino l'insediamento di altre aziende, di altri poteri e contropoteri economici, di nuove vocazioni. Pininfarina provato a dare il buon esempio aprendo a Cambiano un nuovo stabilimento di design automobilistico con 150 dipendenti. «Vedo in città dice la sorella di Andrea, Lorenza la voglia e l'intenzione di valorizzare le proprie radici, la qualità del manifatturiero ma anche la capacità di diversificare le proprie attività». L'inaugurazione dello stabilimento, alla presenza di Prodi, è stata un po' una convention del partito dei Fiduciosi. In platea c'era anche un precursore, uno che guarda la città dalla sala di regia del San Paolo e che ha scommesso da tempo sulla trasformazione: «Torino dice Enrico Salza deve soprattutto ridisegnare la sua identità e, gradualmente, lo sta già facendo da anni». La scommessa del nuovo partito è ancora tutta da vincere. Ma a favorire i Fiduciosi sono proprio le valanghe di lamentazioni e rimpianti che calano sulla città da commentatori che osservano Torino come gli astronomi scrutano le stelle lontane milioni di anni luce e forse oggi del tutto scomparse. Per ogni Buttafuoco che vomita disgusto su «una città su cui grava una cappa di conformismo da cui pochi fuggono» (curiosamente lo stesso giudizio dato da Silvio Berlusconi), per ogni servizio di Canale 5 che accomuna la mattanza di Chieri ai tagli di Mirafiori, c'è un torinese che comincia a ribellarsi. Nel suo ufficio al Comitato olimpico Evelina Christillin sbotta: «Ai catastrofisti io non rispondo più. Dico sempre che va tutto benissimo». E si capisce che lo direbbe anche se non fosse la moglie dell'amministratore delegato della Fiat. Ma il vestito a lutto sta stretto anche a chi non abita nelle stanze dei bottoni. Perché basta farsi un giro a Porta Palazzo o alle Gru per vedere una Torino non ripiegata su se stessa. Non un esercito di ottimisti da sala da ballo del Titanic, ma una città viva, che fa i conti con i suoi problemi e tenta di risolverli. Ai ragazzi che affollano i centri commerciali della periferia come alle donne musulmane che fanno la spesa alle bancarelle di Porta Palazzo non importa nulla della città in cui il Presidente della Repubblica veniva a inchinarsi di fronte a Vittorio Valletta. E non ne provano affatto nostalgia. A loro modo, quei ragazzi e quelle donne sono Fiduciosi anche loro.

Paolo Griseri

 
 
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