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Torino - 23 maggio 2003
 
 
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24.10.2002 - Le capitali scomparse d'Italia
La crisi della Fiat, annichilita dalla gelida stagione dell'auto e da anni di strategie perdenti. Suggerisce la penombra che incombe su Torino. Non da oggi, certamente. Ma la rende più evidente. Indiscutibile. Ne ha scritto in modo efficace Giorgio Bocca, sulle pagine di questo giornale. E, per ultimo, Vittorio Messori, ieri, sul "Corriere della Sera". Il quale ha ricordato come, tempo fa, Torino fosse la "capitale" non solo dell'auto; Ma anche "dell'industria dolciaria e dei liquori, della telefonia e, ancor prima, della cinematografia, dello sport...della medicina stessa". Capitale persino "religiosa" (per la presenza della potente Società Salesiana). Torino: non interessa qui celebrarne la decadenza. Anche perché da tempo la città ha metabolizzato la crisi della Fiat. E si è adeguata. Dentro e attorno a Torino, molto è cresciuto "oltre" la Fiat. Tuttavia, le questione sollevata da Messori è vera. Torino "era" una capitale. Dell'industria. Dell' impresa. Della classe operaia. In un'Italia dissociata fra economia, sviluppo e politica. Le politica, lo Stato e i suoi apparati concentrati a Roma. L'economia, (la "modernizzazione": tecnica, culturale, di costume) a Torino. Più in generale, a Nordovest: nel triangolo metropolitano, formato insieme con Milano e Genova di cui Torino era il vertice. Se Torimo non lo è più, ormai da tempo, dove sono le città che oggi offrono una bussola alla mappa cognitiva della società italiana? Torino. Il Nordovest. Il loro ruolo era già decaduto negli anni 80. Quando il declino dell'industria meccanica e più in generale della grande impresa si era consumato. Quando il triangolo industriale era finito, a causa del collasso di Genova e del suo porto. Poi, negli anni 90 si è assistito all'affermarsi di quattro nuove città-simbolo dell'Italia che cambia. Diverse. Ma accomunate dalla contestazione contro le capitali storiche. Della politica. Dell'economia. Milano, in primo luogo. Riassume, come ha rilevato Arnaldo Bagnasco, l'importanza assunta dalla "produzione dei beni immateriali". I servizi alle persone, la finanza e il credito, la comunicazione. Un nuovo capitalismo, che vede con insofferenza il rapporto con lo Stato, le logiche di scambio politico fra le grandi organizzazioni degli interessi. Ed entra necessariamente in collisione, per questo, con le capitali storiche dell'economia e della politica. Milano: nei primi anni 90 diventa la "capitale morale" dell'Italia che cambia. L'ariete che assale Tangentopoli. La "città della corruzione", dell'intreccio fra interessi e politica. Milano: decreta la fine del ceto politico che essa stessa aveva promosso nella decadenza della Prima Repubblica, di cui Craxi costituisce l'attore più importante. E segna la caduta apre la strada alla contestazione contro Roma, la capitale del potere politico. Del potere pubblico. La seconda capitale non è una città. Ma un reticolo di città. E' la Pedemontana. Che dalle valli della Brianza corre fino a Nordest. Territorio della piccola e piccolissima impresa post-fordista (o post-fiatista) innervata nella società. Proiettata sui mercati internazionali. Dinamica. Flessibile. E aggressiva. Il piccolo Nord opposto al Grande Nord (come ebbe a definirlo Turani). E a Roma. A un potere politico che si reggeva sul consenso del (e sul sostegno pubblico al) Mezzogiorno. Bossi le ha dato un volto aspro e una voce ringhiosa. Ha evocato il risentimento dei nuovi centri economici non più disponibili a restare periferie politiche. Irriducibili al gioco della mediazione. Ma il Nordest ha fornito a questa capitale una definizione territoriale e metaforica. A Est di Torino. A Nord di Roma. Contro Torino e contro Roma. Unico, grande territorio produttivo. Una metropoli diffusa, dove si è sviluppato, in pochi anni, quel "capitalismo dell'uomo qualunque", di cui ha scritto Giorgio Lago. Decisa a farsi riconoscere. E ad affermare il primato dell'economia, del lavoro, dell'impresa sulla politica. "Contro" la politìca. "Contro" lo Stato. E quindi "contro" Roma. Il Nordest delle piccole famiglie-imprese "contro" la Torino delle "grandi famiglie imprenditoriali" consociate con la politica romana. Terza capitale: il centro-Italia. Variante municipalistica e "politica" del Nordest impolitico. L'Italia media. Dove la piccola impresa si integra e concerta con i governi locali. Corre lungo l'asse Bologna-Firenze, questa capitale diffusa. Si annoda attorno alle Università, ai centri studi, alle riviste politiche e culturali (si pensi al Mulino), ai (piccoli) amministratori, alle loro (grandi) associazioni di categoria. Un terreno che, diversamente dal Nordest, produce ceto politico collaborativo. Impostato sulle tradizioni dei partiti di massa. Democristiani (ex, post e neo), comunisti (ex e post) pragmatici e moderati. La quarta capitale è Napoli, che simboleggia il cambiamento possibile del Mezzogiorno; in altre zone capace di sottarsi alla logica dello "sviluppo senza autonomia", come lo ha definito Carlo Trigilia, puntando sull'alleanza fra le rappresentanze della società e del mercato in ambito locale, per sottrarsi alla dipendenza dallo Stato. Per imporre lo spirito di impresa. A Napoli e nelle città maggiori, invece, centrato sul rapporto fra società e amministrazione, sul ruolo del sindaco, sulla capacità di proporsi, dopo anni di degrado, come teatro di cambiamento: dell'immagine urbana, della qualità della vita, della creatività artistica. Quattro capitali che, nel corso degli anni 90, non hanno solamente ridimensionato le capitali della prima Repubblica; ma hanno imposto i loro leader, la loro classe dirigente. Milano: la città dei giudici e di Forza Italia. Si: Borrelli e Berlusconi. Entrambi prodotto e attori del cambiamento politico. La Pedemontana: Bossi e la Lega Nord. Il Nordest: i piccoli imprenditori; ma anche il "partito dei sindaci" (Cacciari, Covre, Illy...). L'Italia media, l'asse Bologna-Firenze: la classe dirigente dell'Ulivo: Prodi, Ciampi, Andreatta, Dini, Bersani. E, in seguito, Parisi, Casini, Pollini... Napoli e il Sud delle città: i nuovi sindaci, da Bassolino a Bianco a Orlando. E gli imprenditori del "Sud che funziona" (per adottare una definizione del Formez), come Dioguardi. DOVE sono oggi le nuove capitali dello sviluppo e della politica italiana, cresciute negli anni 90? Sembrano essersi perdute. Hanno smesso, molto presto, di essere poli che orientano la bussola e la mappa degli italiani. Milano: terreno di scontro e di conflitti, i cui protagonisti, magistrati e circoli berlusconiano, si combattono in modo aperto. In difficoltà, tanto più dopo la morte di Cuccia, nel guidare gli assetti del capitalismo e della grande finanza. Non più capitale. Ma una grande città. Una, il piccolo Nord di Bossi, il cui leader, alla guida di un piccolo partito, è impegnato a "riformare l''Italia" A Roma. Il Nordest dei piccoli imprenditori. Fiaccato dalle riforme mai fatte, dalle infrastrutture mai realizzate, dalle sfide di mercato sempre più difficili. Costretto a dubitare che si possa "crescere senza la politica", avendo pagato i costi di una classe politica locale mediocre. Rassegnato, di nuovo, a "trattare con Roma". Su basi più deboli rispetto a "quando c'era la prima Repubblica": di Rumor, Bisaglia e de Michelis. L'Italia media: non "governo", anche se ben insediata nelle istituzioni. La sua leadership: minoranza nei diversi schieramenti politici. Al "centro della CdL". Nei Ds. Perfino nella Margherita (di cui è leader l'ex sindaco di Roma). Dissacrata dalla vittoria di Guazzaloca, alla guida della coalizione di centro-destra alle elezioni municipali del 1999 nella città-simbolo di Bologna. Un'eresia. La fine di un'epoca. Infine Napoli, il Mezzogiorno. La logica dello "sviluppo autonomo" e autopropulsivo fatica a procedere. Mentre, dieci anni dopo la fine dell'intervento straordinario, si torna a parlare di "sviluppo dall'alto". Di grandi opere. E le metropoli continuano a fare i conti con il degrado sociale e ambientale. Così, mentre Torino, libera dall'ingombrante mito della Fiat, dopo vent'anni cerca di vivere la sua "normalità", Roma torna ad essere capitale (per norma costituzionale, perdipiù). Ma di un Paese che non la riconosce come tale. Paese dove il premier organizza i meeting politici nelle sue proprietà. Nei suoi palazzi. A Roma, Milano, in Sardegna. Dove i partiti non hanno più radici territoriali salde e localizzate. Dove l'economia periferica si sposta oltre confine. Mentre i suoi centri cadono sotto il controllo di attori che stanno oltre confine. Unico in Europa, questo paese non ha una capitale. Una mappa decifrabile. Un'identità.

Ilvo Diamanti

 
 
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