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Torino - 27 novembre 2003
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17.10.2003 - Chiamparino: "Dobbiamo fare sistema con le altre metropoli"
TORINO matrigna (irriconoscente), Torino ripiegata su se stessa, Torino incapace di fare sistema con quella Provincia a cui deve moltissimo, Torino scippata dei «salotti buoni», Torino troppo Torino-centrica che declina il proprio futuro prescindendo dalle realtà culturali e territoriali che la circondano.

Il sindaco Chiamparino sembra quasi contento di leggere gli addebiti firmati ora Giuliano Soria (patron del Premio Grinzane Cavour), ora Fabrizio Palenzona (presidente della Provincia Alessandria) ora da altri interlocutori doc del Piemonte. Forse perché capisce subito che in questa specie di «processo a Torino» lui ha pronta un bella prova. Naturalmente, a proprio favore.

Allora Chiamparino, secondo l’osservatorio privilegiato di numerosi presidenti di Provincia e operatori culturali come Soria, lei è sindaco di una città arroccata su se stessa e incapace di fare sistema con il territorio che la circonda. Che ne pensa?
«Lei ricorda quali sono stati i miei primi appuntamenti istituzionali dopo la mia elezione a sindaco? Per prima cosa andai da Albertini a Milano, poi da Pericu a Genova, e quindi dal primo cittadino di Lione. E questo sa perché? Perché ritenevo prioritaria la nascita di un asse-forte di collaborazione strategica fra queste città. Lei mi chiederà che c’entra questo con la provincia. C’entra perché soltanto una città che riesce a far sistema con le altre metropoli, acquisisce quella forza di cui può beneficiare il resto della regione. Se Torino non sarà capace di dialogare con le altre metropoli, se verrà tagliata fuori dai circuiti delle grandi infrastrutture, veda per esempio il Corridoio 5, diventerà a sua volta una città di provincia priva di potere contrattuale».

Sì, ma un conto è saper puntare in alto, e un conto è dare l’impressione di giocare da soli. Che dice dell’accusa, avanzata da Giuliano Soria, di non favorire l’osmosi culturale con il retroterra della città, Sud del Piemonte in primis?
«Risponderò a Soria rievocando un’esperienza giovanile. Quando, per raggranellare “l’argent de poche”, facevo la vendemmia dalle sue parti. Era una vendemmia vera, sudata fra le vigne, che mi ha fatto conoscere da vicino il valore antropologico e culturale di quel territorio. Però, penso anche che il problema del legame con quella realtà si affronti rendendo prima di tutto Torino più forte e competitiva sul piano nazionale. Va poi aggiunto che la provincia, in questa sua compiaciuta tentazione isolazionista, rischia di guardarsi troppo narcisisticamente allo specchio. Finendo poi per ottenere un’immagine di sè deformata».

Ma la sfida lanciata a Torino non è solo culturale.
«E sarebbe un errore se lo fosse. I piani sono tanti per giocarsi il futuro. E se parliamo di progetti penso che Torino non sia seconda a nessuno con i suoi cinque miliardi di euro stanziati per il prossimo triennio. Anche solo sfogliando il volume delle opere da appaltare, olimpiche e non, può sembrare tutto tranne una città ripiegata su se stessa».

< E la considerazione sui «salotti buoni», che sarebbero lentamente, ma inesorabilmente venuti a mancare?
«Guardi io no li ho mai amati i salotti. Nè quelli buoni, nè quelli cattivi. Detto questo, anche se non sono organico a questi appuntamenti, li considero un momento utile per far circolare idee. Anche qui, però, “il Piemonte” deve stare attento a non confondere produzione culturale con rappresentazione culturale. Una cosa è scrivere un’opera, un conto è metterla in cartellone».

Come e da cosa nasce la cultura allora?
«Guardi, io sono sempre più convinto che soltanto dal conflitto, e dalle grandi tensioni che si vivono in una metropoli nascono le grandi idee. Forse oggi Torino appare più travagliata e più contraddittoria di prima o di altre città, ma a mio parere è proprio grazie da esse e dai conflitti che possono nascere stimoli e progetti culturalmente e socialmente rilevanti. Dall’armonia, mi creda, non nasce mai nulla d’interessante».

Emanuela Minucci

 
 
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