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08.01.2006 - Torino, la rivoluzione incompiuta
Chi percorre oggi le strade e i quartieri di Torino ha l'impressione fisica di trovarsi immerso in un mutamento di cui spesso non riesce ancora a distinguere i contorni precisi, in grado di assegnare alla città un profilo netto, diverso dal passato. Nessuna città d'Italia ha dovuto affrontare cambiamenti tanto intensi, con conseguenze di vasta portata e con tale rapidità come ha dovuto fare Torino in questi ultimi anni. Nessun altro centro metropolitano è stato sfidato in maniera altrettanto radicale nei suoi caratteri e nelle sue funzioni vitali, messo in questione nei suoi modi d'essere e spinto a riprogettare se stesso.

Torino era del resto la città più esposta al vento del cambiamento. Capitale novecentesca dell'industria e della grande impresa, essa si è dovuta misurare col passaggio da un'economia imperniata sulla produzione manifatturiera a un'economia in cui tendono a prevalere la produzione e l'erogazione dei servizi, per di più sotto l'incalzare della crisi Fiat, che ha acutizzato le difficoltà della transizione. Per accelerare il processo di diversificazione la città ha puntato sull'organizzazione delle Olimpiadi invernali, così da catalizzare risorse e imporre un ritmo e una scadenza alla sua trasformazione. Nello stesso tempo, ha concesso progressivamente spazio ad attività plurime - dai servizi finanziari all'high-tech -, nel tentativo di configurare una base economica più completa, oltre che più sofisticata.

I torinesi hanno nel complesso retto assai bene a una situazione di variabilità e, anche, di disagio prolungata. Va ascritto a merito della cittadinanza l'aver sopportato i costi quotidiani della trasformazione urbana con un senso di adattabilità e di compostezza. L'ha fatto anche quando la direzione di marcia del mutamento non è risultata sempre ben chiara e quando le incertezze della condizione specifica di Torino si sono sommate a quelle più generali del Paese e del mondo in cui viviamo. Ma il 2006 deve essere un anno di svolta. E non soltanto perché le Olimpiadi sono ormai alle porte e sarà possibile giudicare la qualità della loro riuscita e della loro influenza sul tono della città. Ma in primo luogo perché deve farsi visibile e intelligibile a tutti la forma che sta prendendo il mutamento.

È chiaro che le opere e i cantieri; per le dimensioni e il respiro dei progetti, sono destinati ad andare avanti ancora per anni. Occorre che i loro benefici incomincino a diventare tangibili, che il momento della realizzazione si imponga su quello dell'ideazione. A febbraio circoleranno i primi convogli della metropolitana sull'asse fra Collegno e la stazione ferroviaria di Porta Susa, da cui partiranno i treni della linea ad alta velocità per Milano (che per il momento s'arresta a Novara). L'aeroporto di Caselle avrà completato i suoi lavori. Ora, questa serie di interventi deve tradursi in un rapido miglioramento del sistema delle connessioni interne ed esterne al sistema urbano di Torino, che incida su quell'isolamento identificato come causa importante del suo svantaggio. In altri termini, se si vuole irrobustire una cornice di fiducia occorre che i progressi, pur ancora limitati, siano reali e percepibili.

Sul piano interno, la città deve riconquistare fiducia attraverso la stabilizzazione delle sue attività economiche. Colpisce rispetto al recente passato che la Fiat odierna valga in Borsa come la General Motors, in cui aveva riposto qualche anno fa le sue speranze. Il risanamento finanziario è un segnale in controtendenza che salva la Fiat dal precipizio in cui stanno cadendo, in America, le grandi case storiche dell'automobile. Ma deve essere scelta e perseguita una politica locale capace di fronteggiare la crisi del personale che ancora sta attraversando il settore dell'auto e che non ha trovato fin qui risposte e soluzioni adeguate. Si tratta di una condizione indispensabile perché si garantisca buon esito a impegnativi processi di riconversione come quello che riguarderà, a partire dal 2006, la parte dello stabilimento di Mirafiori acquisita dalla nuova società patrocinata da Regione, Comune e Provincia.

Soprattutto, il sistema torinese deve dare prova di saper migliorare le sue doti e competenze di gestione, che non sono propriamente apparse smaglianti nella preparazione delle Olimpiadi. Sarebbe inutile cercare di smentire, al di là del mancato rispetto delle promesse del governo sui finanziamenti olimpici, che l'immagine del Toroc in affanno non ha certo giovato al modo di rappresentarsi della città, come ha già impietosamente riscontrato la stampa internazionale.

Rimediare a queste carenze non spetta alla politica o all'amministrazione locale soltanto. Serve invece la capacità di cooperare fra i soggetti pubblici e privati. A Torino sono radicati e operano grandi operatori bancari e fondazioni ex bancarie fra le maggiori. Essi possono contribuire molto, oltre che con le loro risorse, col sistema delle competenze che possono mettere in campo. Sarà per loro un compito più facile, se troveranno un terreno fertile alle nuove iniziative. Per esempio sul terreno dell'istituzione universitaria, un protagonista cruciale di questa trasformazione: non a caso, gli edifici della cittadella politecnica in costruzione, ideati da Vittorio Gregotti, costituiscono già uno dei luoghi migliori per cogliere il disegno urbano di una Torino inedita, diversa nella sua prospettiva essenziale rispetto a quella del secolo scorso.

La consuetudine suggerirebbe di chiudere queste considerazioni su una cifra scontata di ottimismo. Per una volta, tuttavia, sembra più onesto sottrarsi al canone e concludere che Torino oggi è in bilico. In bilico com'è l'Italia stessa fra ristagno e sviluppo. Le scelte che si compiranno nel corso di quest'anno avranno il valore di un segnale per chiarire il modo in cui si risolverà questo stallo. Valuteremo allora se le "schegge di vitalità" rilevate dal Censis, in particolare a Torino, ce la faranno a consolidarsi e a diffondersi.

Giuseppe Berta

 
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