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07.02.2006 - La sfida olimpica di Torino che insegue il suo futuro
Alla stazione di Porta Susa a metà pomeriggio i vecchi coi loro pantaloni, le gonne di lana marròn sono in coda per scendere giù nella metro. Stanno in fila per tre rispettosi e ordinati, avanzano lenti. Sono un altro film – un film muto – dentro a quello imbizzarrito e nervoso della città che gira intorno. La corsa in metro è gratis ma non è questo, di certo non è solo questo: vanno sottoterra a vedere una cosa che nella vita non hanno visto mai.

Succedono altre cose a Torino a tre giorni dall´inizio dei Giochi, un milione di altre cose: però i vecchi in fila zitti con una mano che tiene l´altra dietro la schiena sono, in quell´angolo laggiù, la foto precisa di quello che è stato e di quello che è. Della fine di un epoca in cui in fila si stava solo ai cancelli, «questa è una città scandita dal ritmo delle sirene» diceva Carlo Levi, molti di loro saranno stati operai. Del rigore e dell´ordine che è nel dna della gente, «questa è una città di guarnigioni» diceva Gianni Agnelli: una città militare, disciplinata anche in catena di montaggio. Del rimpianto di un passato perduto: Torino capitale di un attimo, motore di un secolo e poi cosa?, più nulla. Della speranza, infine, che davvero tutto questo colore – rossa, di nuovo, la città – tutto questo splendore di pavimenti tirati a lucido sotto i portici, di palazzi a forma di uovo di missile e di vela sia qualcosa che resta e che promette un futuro. Un futuro normale, un futuro di città senza marchi e senza padri padroni che vigilano dalla collina.

È questa, l´Olimpiade. È il momento incubato vent´anni di congedarsi definitivamente dal ruolo di "one company town", come dicono gli americani dell´Nbc che hanno piantato l´astronave del loro Today show tv in piazza Castello. La città di una sola azienda, la città-Fiat. «Sembra finalmente arrivato il giorno in cui dopo la Fiat si possa tenere in casa anche la Fiat», osserva Arnaldo Bagnasco il sociologo. «È l´occasione del distacco», spera il sindaco Chiamparino. «La fine di un lungo lutto. Il momento di abbandonare la psicologia del rimpianto e di misurarsi col presente», dice lo storico Giovanni De Luna.

Un´occasione, un nuovo inizio. Una mutazione che, come è accaduto a Barcellona, cambi i connotati non solo architettonici della città. I mercati generali sono diventati il villaggio olimpico, dove c´era il centro ortofrutticolo all´ingrosso ora ci sono le case colorate degli atleti. Il Lingotto ospita il Cio, e il media center delle migliaia di giornalisti di tutto il mondo. Il centro è chiuso al traffico, e in buona parte lo resterà. Ha una faccia nuova palazzo Madama, è tornato a vivere il cinema Astra, va in scena Ronconi nei vecchi studi cinematografici Lumiq, ieri sera la prima dello Specchio del diavolo, quattro ore sulla storia dell´economia su un testo di Giorgio Ruffolo. I torinesi se chiedevi alla vigilia ‘cosa pensa delle Olimpiadi?´ rispondevano: «Conforme». Va bene, se hanno deciso così ci si adatta. Poi aggiungevano, scettici: «Ma merita?». Vedremo, aspettiamo. Intanto fa fede lo stupore di chi arriva, l´entusiasmo d´esordio dei giornalisti stranieri che sui loro giornali in Inghilterra in Spagna negli Stati Uniti hanno scritto di Torino meraviglie. Lo sguardo degli altri, così diverso dallo sguardo di sé.

La città si propone agli ospiti – nelle sue vetrine - come il luogo delle corti quattrocentesche, delle regge sabaude: "Corti e città" si chiama la mostra nella recuperata palazzina della Promotrice delle Belle arti a un passo da "Casa Italia" affacciata sul Po . Del lavoro: ai quartieri militari c´è una splendida esposizione su cosa siano stati il dopoguerra e gli anni del boom. Della Sindone, dei culti, del Museo Egizio trasformato dalle luci e dai suoni di Dante Ferretti in una spettacolare e davvero magica cripta segreta in stile Indiana Jones, Paolo Pejrone l´architetto di giardini è così orgoglioso di averci messo le sue kenzie di Sumatra, Alain Elkann il presidente della Fondazione nonché padre dei nuovi rampolli Agnelli attende trepido l´arrivo dei coniugi Ciampi, giovedì. Dei mercatini di brocante che l´ufficio del Turismo pubblicizza nei suoi depliant e dei "cortili segreti" che il comune mostrerà illuminati da candele alle signore del Cio per stupirle con il pregio delle auguste dimore. Gli altri, gli stranieri, ci vedono molto meno il passato e assai più il futuro. Gli americani hanno scelto il circolo canottieri Caprera, lungo il fiume, per farci l´atletica sede di casa America, con lo shopping center già aperto e il tendone degli sponsor che promettono feste e ospiti come Bill Gates. I canadesi, spiritosissimi, hanno preso la casetta di legno in mezzo al piazzale Valdo Fusi che i torinesi hanno criticato per anni (che orrore, in mezzo ai palazzi barocchi…) chiamandola "la casetta in Canadà". Appunto: al centro del parcheggio c´è ora lo striscione delle prossime olimpiadi, Vancouver 2010. I sussiegosi membri Cio si sono splendidamente accomodati al Lingotto trasformato in un bunker di potenti. Solo i francesi, che qui hanno ancora l´aria dei padroni di casa, hanno scelto la dimora nobile in centro, il palazzo Falletti di Baroco col suo sontuoso scalone a forbice: solo i francesi stanno chiusi nella magione e non aprono ancora le porte.

Così, bisognerà che Torino cominci davvero a sentirsi quello che gli altri pensano che sia: una metropoli, una grande città piena di spazi e di occasioni. «Una piazza, abbiamo pensato a una piazza per il look of the games», dice il trentenne Dario Quatrini, il creatore delle immagini simbolo dei giochi, quegli atleti un po´ futuristi un po´ fumetto che riempiono di colore la città e le piste: rossi in città e azzurri sui campi di gara, par condicio cromatica. Una piazza, e la passione – come dice lo slogan: la passione, dunque, si addice persino a Torino. Di Futurismo, di movimento è fatta la strepitosa mostra Metropolis: le città nell´immagine delle Avanguardie. Torino è l´unico luogo, dice ridendo una delle curatrici, la piemontese Maria Mimita Lamberti, «dove un Picasso si espone "in camerata" da sei, fra un Ivan Puni e un Otto Moller». Metropolis meriterebbe un viaggio a Torino da sola. È d´altra parte un segno, una mostra così. È il desiderio di sentirsi metropoli: come Berlino, come Parigi, come New York. L´Olimpiade della Cultura, assegnata dal Toroc alle cure del vicepresidente Evelina Christillin, è a detta degli esperti la migliore mai realizzata in occasione dei Giochi ed è davvero il primo segnale concreto di rinascita. Scaccia l´incubo tutto torinese di "fare brutta figura", come nei peggiori sogni della stessa Christillin: «Mi svegliavo la notte pensando che i pulmini avrebbero sbagliato strada». Non sarà questo il problema.

Piuttosto, osserva De Luna, la vera occasione mancata è «quella del rinnovamento di una classe dirigente. L´Olimpiade lascerà Torino senza una nuova generazione di governanti, ha perpetuato i vecchi. Castellani, per dirne uno, ha occupato lo spazio della presidenza del Toroc dopo due mandati da sindaco. Forse si potevano lasciar passare energie nuove». C´è il problema della ricollocazione di chi lascia i posti di potere, anche: Castellani, appunto, cerca un seggio al Senato. Pescante è in piena campagna elettorale per farsi eleggere vicepresidente del Cio, giovedì prossimo. Grandi manovre sono in corso. Incontri segreti in villa, pranzi di lavoro all´Arcadia o al Cambio, il ristorante dove Cavour mangiava aspettando che il segretario gli facesse cenno di tornare al lavoro sventolando un fazzoletto dalle finestre dell´ufficio. Si sono spesi tre miliardi e mezzo di euro, e c´è chi pensa a un privato tornaconto. La metropolitana, intanto, è lì per i vecchi che aspettano in fila. In centro ci sono gli stranieri a migliaia. I torinesi non hanno ancora imparato a scansarsi in fretta quando un turista scatta una foto. Sono più lenti dei romani, dei fiorentini. Entrano nelle inquadrature, non sono abituati. «Scusi», dicono dopo avviliti. Ma per questo c´è tempo.

Concita De Gregorio

 
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