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19.02.2006 - Scommessa oltre i Giochi
A dispetto di de Coubertin, per una città impegnata nell'organizzazione di un'Olimpiade vincere è più importante che partecipare. Ma, se per un atleta è la cerimonia del podio la conferma immediata di un primato, per una città la vittoria ha tempi lunghi e molto spesso incerti. Anzi, è proprio quandi i riflettori si spengono che la vera festa comincia. È stato cosi per Barcellona nel 1992 - a tutt'oggi il metro di riferimento più attendibile e ambito di successo - e nel 2004 per Atene, che, nonostante gli indubbi vantaggi di un nuovo sistema tranviario, del potenziarnento della linea metropolitana e del sistema infrastrutturale di accesso, non si e ancora ripresa da una generale crisi di deficit.

Se è vero, come scrive Richard Ingersoll, che «gli eventi intemazionali sono scommesse economiche a breve termine, e non senza rischi», solo alla fine dei giochi invernali - smaltita l'euforia della folla e, la stanchezza di una preparazione chi ha messo a dura prova i nervi della cittadinanza sconvolta da mille cantieri - partirà il conto alla rovescia per misurare quante delle tante novità che hanno apparentemente cambiato l'abituale volto della metropoli piemontese si consolideranno nell'uso, innescando un cambiamento radicale e profondo nella percezione della struttura urbana, nei modi della sua vivibilità e in quelli della sua definitiva trasformazione da company town a città postindustriale.

A giudicare dalle reazioni della stampa, il dibattito è giù iniziato e i primi a sparare le polveri della discussione sulla Torino post-olimpica sono stati «Abitare», di gennaio, «Domus» e il «Giornale dell'Architettura» di ottobre, entrambi con due speciali ricchi di interventi e di interrogativi dai toni assai contrastanti e diversi. Se da un lato, infatti, la discussione rimanda ai toni più generali di una procedura di animazione urbana che riguardo da diversi decenni ogni città alle prese con un evento di natura internazionale, dall'altro quello di Torino si presenta come un caso speciale, legato alla storia della città e alla crisi irreversibile del suo tradizionale modello di sviluppo, da capitale sabauda a factory town. Negli anni che hanno coinciso con il declino della monocultura industriale, infatti, la città è entrata in un periodo di transizione che ha aperto diversi possibili scenari in un contesto, tuttavia, cui molti imputano la problematica mancanza di una vera "visione".

Per molti aspetti, di questa incerta trasnsizione, il Lingotto - simbolo massimo del modello di sviluppo fordista di una città fondata sulla cultura del lavoro industriale - è stato, con le vicende della sua dismissione e progressiva trasformazione, uno dei segnali più evidenti. Se lo "scrigno" di Piano ha posto l'ultimo suggello alla definitiva deindustrializzazione della fabbrica per eccellenza del capitalismo italiano, come non associarvi l'incredibile esplosione dei luoghi espositivi — dal Castello di Rivoli a Palazzo Bricherasio, alle Fondazioni Sandretto Rebaudengo e Merz, alle "luci d'artista" eccetera — che ha lanciato Torino come città intemazionale delle arti? Ma uno sviluppo di Torino come centro sofisticato di loisir è veramente credibile? Molti se lo chiedono e, pur non rinnegando ovviamente la possibilità di un'identità fondata sui valori della cultura del tempo libero più che su quella, obsoleta, dell'industria, ne evidenziano i limiti, cogliendo nell'occasione olimpica inedite aperture verso una profonda revisione dell'intero apparato urbano a partire dalle potenzialità offerte dai grandi grands travaux avviati dal nuovo piano regolatore.

Come osserva su «Domus» Cristina Bianchetti a proposito degli imponenti lavori che hanno preceduto la costruzione dei nuovi lunghi olimpici, è forse utile «cambiare prospettiva: osservarli, cioè, come destinati a passare. Da questa angolazione quello che si intravede è un loro possibile riuso da parte di altri grandi eventi».

Un milione di metri cubi in trasformazione rendono infatti la citta un immenso, laboratorio, in cui l'hardware delle infrasrtutture - 50 km di nuove strade, 40 rotaiorie, 5 viadotti, 5 gallerie, i lavori della metropolitana eccetera - traccia la guida per la programmazione del software della cultura urbana, che sempre di più sposterà il trasferimento di Torino da città dell'industria a città dei servizi.

Se i nuovi luoghi olimpici - dal villaggio degli atleti alle spalle del Lingotto al Palahockey di Arata Isozaki - costituiscono il lato mediatico dell'evento, su cui si appunterà l'attenzione dei commentatori di architettura alla ricerca del giusto tasso di novità e quello dei cittadini desiderosi di tangibili icone di un successo collettivo, i lavori di interramento e copertura delle linee ferroviarie che tagliavano in due la città hanno configurato una nuova agibilità degli assi di scorrimento e una vivibilità delle aree pedonali misurate dal successo del grande boulevard dì corso Mediterraneo - vero museo in progress d'arte contemporanea all'aria aperta. Non a caso, d'altra parte, la rossa parabola inclinata che costituisce il simbolo stesso dei Giochi fa da ingresso a un ponte pedonale che congiunge i bordi separati della cesura ferroviaria, connettendo il villaggio olimpico al centro città.

Il passaggio dalla periferia a nuove centralità è dunque il primo metro di giudizio sull'efficacia dello "sforzo olimpico", cui, grazie anche al riutilizzo di strutture storiche - come lo Stadio comunale o gli splendidi Mercati Generali di Umberto Cuzzi degli anni Trenta, del PalaVela eccetera - si affida la scommessa di un'inversione di rotta di Torino da città gerarchizzata in un uso dettato dalla catena di montaggio a città "aperta".

Proprio in questo arduo ma decisivo traghetto da citta irrigidita in uno schema regolamentato da un cerimoniale imposto dall'alto a città aperta invece verso il mondo esterno, un sociologo attento come Luciano Gallino coglie la specificità irripetibile di queste Olimpiadi: «Si può partire dall'evento contingente proponendosi di prolungarlo quanto più possibile nel tempo. L'impegno dovrebbe essere dunque quello di riempire e animare i nuovi come i vecchi quartieri sostituendo lo spirito e la pratica della città sabauda con quello della città olimpica».

Fulvio Irace

 
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