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14.02.2006 - Torino ha già vinto
Le Olimpiadi hanno acceso i riflettori su Torino. Si scopre una città capace di liberarsi dai pesi de! passato e di progettare il suo futuro, come ha notato sabato sul Sole 24 Ore Valerio Castronovo. È una storia incoraggiante per un Paese sfiduciato e minacciato dai rischi del declino. Ma se ne può trarre qualche lezione più generale per l'Italia delle "cento città"? Torino ha avuto un ruolo importante, a forte impatto simbolico, nelle vicende nazionali.

L'Unità d'Italia, lo sviluppo dell'industria moderna, il conflitto sociale degli anni 70, la crisi della grande impresa fordista. Oggi Torino può forse giocare una parte diversa. Può essere il simbolo di come le città riprendano nelle mani il loro destino di fronte alle sfide del cambiamento.

Sempre di più sì arriva all'appuntamento con grandi eventi come le Olimpiadi se c'è una buona capacità di coordinamento tra soggetti pubblici e privati. In questo senso, a Torino le Olimpiadi, più che un inizio, sono il momento in cui un percorso precedente si rafforza e acquista una forte valenza simbolica, come era stato per esempio nel caso di Barcellona. Un percorso iniziato dai primi anni 90, che ha visto Torino uscire faticosamente dalla sua condizione di "città defla Fiat", di Detroit italiana.

La pesante ristrutturazione e il ridimensionamento dei settore dell'auto, prima ancora della crisi della Fiat degli ultimi anni hanno segnato profondamente la vita della città. Nel 1981 metà degli occupati erano concentrati nell'industria manifatturiera; oggi sono meno del 10 per cento. Un passaggio difficile e doloroso che vede ora un'economia più diversificata. Il settore automobilistico resta importante, ma accanto alla Fiat è cresciuto un distretto della componentistica con una presenza significativa di piccole e medie imprese specializzate. C'è un vivace settore legato alle nuove tecnologie, specie aìle telecomunicazioni e al software, con grandi imprese come Telecom e Motorola, ma anche con piccole imprese create da imprenditori giovani e con buoni collegamenti con il Politecnico e altre strutture di ricerca qualificate.

Torino ha poi rispolverato e valorizzalo i suoi beni cultuali: il barocco piemontese, le residenze sabaude, le collezioni egizie. E stala pure recuperata una vecchia tradizione alte origini del cinematografo, con la realizzazione di un museo del cinema e una serie di iniziative collaterali legale all'arte con temporanea. Opere importanti — tra cui il passante ferroviario e una tratta di metropoliiana — hanno ammodernato il quadro infrastrutturale. Si è cercato di intervenire anche nelle periferie con progetti di recupero e di rigenerazione urbana attenti agli aspetti sociali oltre che urbanistici.

Non tutti i problemi della crisi e della trasformazione della 'città fordista" sono stati risolti. Molti nodi sociali, tra cui quello dell'immigrazione, restano aperti. Ma il quadro che offre oggi Torino è quello di una città in movimento. C'è stalo un impegno e una capacità di fare sistema delle forze locali, ed è in questo quadro di mobilitazione che si collocano le Olimpiadi. Com'è stato possibile?

Ancora quindici anni fa pochi avrebbero probabilmente scommesso su questi risultali. Torino era la "città divisa" per eccellenza, il luogo simbolo del conflitto sociale tra due mondi contrapposti: quello dell'impresa e quello del lavoro. Due fattori sono stati importanti. Anzitutto, la crisi dell'assetto industriale tradizionale ha spinto le imprese, a cominciare dalla Fiat, ad aprirsi di più ai problemi della città. In secondo luogo, la forte crisi dei partiti e del vecchio sistema politico locale ha creato un vuoto che ha lasciato più spazio a esponenti della società civile, a partire dalla prima Giunta Castellani. Si è dunque aperto un terreno nuovo, che ha visto dialogare con gli amministratori locali uomini provenienti da mondi diversi: università, fondazioni bancarie. Camera di commercio, sindacati, associazioni imprenditoriali e imprese. Si sono costruite reti sociali che hanno aperto nuovi ponti tra economia e politica. È in questo quadro che è maturata una visione condivisa del futuro della città, portata avanti con iniziative congiunte come "Torino Internazionale" (l'associazione per il piano strategico) o "Torino, Wireless", che hanno visto la partecipazione dei principali soggetti pubblici e privati. Non un grande piano fatto a tavolino, dunque, ma un'elevata capacità di coordinamento e collaborazione tra pubblico e privato in un quadro di riferimento complessivo. Questo sembra essere stato il segreto di Torino, fino all'esperienza olimpica.

Certo, si potrebbe pensare che si tratti di un'esperienza difficilmente replicarle. Ma sarebbe un errore. In realtà, molte città si misurano oggi con i problemi di governo del loro sviluppo e tentano di percorrere strade simili a quella torinese: si pensi alla crescente diffusione da piani strategici al Nord e al Sud. Si possono rafforzare queste esperienze? Forse sì, e la lezione di Torino può aiutare. Il nodo cruciale è come promuovere buone reti di cooperazione tra soggetti pubblici e privati in un Paese spesso afflitto, invece, da reti collusive e protezioni corporative. Una politica locale troppo arroccata sulle sue posizioni, specie dove ci sono state minori discontinuità con il passato, può gestire, ma non aiuta a costruire nuove reti efficaci per l'innovazione. E poi ci sono le Regioni, che non vedono di solito con favore città che si trasformano da luoghi senza identità in attori consapevoli e capaci di strategie. Si sentono istintivamente minacciate nel loro spazio politico e preferiscono lavorare per settori, imitando i vecchi ministeri, invece di incoraggiare progetti territoriali.

Ma, soprattutto c'è un grande assente, il governo centrate si è finora largamente disinteressato delle città. Eppure, questioni cruciali per tutto il Paese sotto il profilo dell'innovazione economica e della qualità della vita non si possono affrontare senza trovare il modo di stimolare le città a mobilitarsi, senza ìncoraggiaie la costruzione di reti efficaci tra pubblico e privato per il governo del territorio.

Carlo Trigilia

 
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