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22.03.2006 - L'Autostrada che frena il Nord-Ovest
La condizione dell'autostrada Torino-Milano, fotografata e discussa da questo giornale nell'ampia serie di articoli che vi ha dedicato, potrebbe essere presa come una metafora del Nord-Ovest d'oggi. Essa costituisce l'asse che congiunge i suoi due principali poli di sviluppo, dando forma a quella che rimane la prima concentrazione di risorse del Paese. Un territorio dove si realizza quasi un terzo del nostro Prodotto interno lordo. Un raggio lungo cui si dispongono alcune delle imprese migliori, le banche più grandi, nuclei di terziario specializzato fra i più importanti, centri della ricerca avanzata, aggregazioni fondamentali dell'industria culturale e del mondo della comunicazione.

Eppure, se non se ne fosse già a conoscenza, questa realtà finirebbe certamente con lo sfuggire allo sguardo di chi dovesse giudicarla dalla sua rete infrastrutturale. L'autostrada, in funzione fin dagli Anni Trenta, doveva testimoniare la modernità di un collegamento destinato a unire i punti nodali di quello che allora si disegnava come il «triangolo industriale». Oggi, accidentata, soggetta a continue interruzioni e variazioni di traffico, costellata di cantieri che sembrano non doversi chiudere mai, riflette uno stato di precarietà e di indeterminatezza che sembrano permanenti. E, percor- rendola, viene da interrogarsi circa la capacità effettiva di valorizzare risorse, dotazioni e potenzialità che invece tendono a presentarsi in maniera dispersa e disarticolata, togliendo al carattere organico di un'area ricca e decisiva per l'Italia.

Il Nord-Ovest resta, nel suo complesso, la componente della società più integrata nel sistema europeo. Quella che ne assorbe più compiutamente le tendenze di fondo, che ne rispecchia i problemi e le fasi di passaggio, ma anche che ne interpreta meglio alcuni caratteri. Nei sessant'anni di storia della Repubblica, l'area ha subìto le trasformazioni più profonde, all'interno di un'incessante onda di cambiamento. Ha vissuto le smobilitazioni dei vecchi aggregati produttivi del dopoguerra, smembrati per dare respiro alle grandi imprese della produzione di massa. Le risaie che i viaggiatori scorgono ai lati dell'autostrada hanno assistito alla grande mutazione della Padana irrigua, un tempo pullulante di braccianti e mondine, diventata in seguito una delle campagne più meccanizzate del mondo. Ora l'organizzazione dello spazio segnala nuovi adattamenti, filiere logistiche corrispondenti ad attività economiche che si diversificano e si innovano.

Peccato che questo mutamento avvenga, almeno in certa misura, sottotraccia, in una forma che non appare coordinata. Anzi, si direbbe che i tanti, differenziati segnali di vivacità che possono essere colti in questa cornice finiscano con l'essere quasi contraddetti da un assetto infrastrutturale che rende più difficili sia i compiti degli operatori che l'esistenza dei semplici viaggiatori.

Si registra uno scarto evidente fra la realtà intima di un territorio che, lungi dall'aver esaurito le sue capacità, si accinge probabilmente a un nuovo ciclo di sviluppo e il profilo complessivo che ne rileva la sua rete di connessioni. Il «triangolo industriale» non esiste più da tempo, ma fra Milano, Torino e Genova si configurano nuove alleanze e nuovi tentativi di integrazione, in grado di mettere capo a una riclassificazione del Nord-Ovest tale da tenere il passo con le aree europee più dinamiche. Ma occorre che tutto questo non sia demandato soltanto alla spontaneità, che trovi il supporto di una politica delle infrastrutture e del territorio adeguata alla transizione dell'economia, degli assetti dell’impresa e del lavoro, che stiamo attraversando e che ne affronti le esigenze in maniera puntuale, giorno per giorno, con meticolosità e cura. Il Nord-Ovest ha bisogno, così come l'Italia nel suo complesso, di un grande piano di manutenzione, trascurata troppo a lungo, in modo da recuperare efficienza e funzionalità per le strutture esistenti. Un tema, questo, più che mai degno di spiccare nell’agenda del prossimo governo.

Giuseppe Berta

 
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