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01.02.2006 - Il caso unico di Torino, la città dell'"iporealismo", dell'Arte Povera e dei musei ricchi
Pochi in Italia l'avevano notato: Torino è sparita. Di quella che conoscevamo resta poco, fotogrammi sfocati di un vecchio film: scomparse le strade grigie, il centro degradato, la monocultrua indistruale, insomma la "città della Fiat", tutta fabbriche, immigrati e smog. Eravamo abituati (forse con un pò di superficialità, e vittime di diffuse pregiudizi) a questa immagine. I palazzi del potere sabaudo, gli sfarzi del barocco, dispersi e abbandonati nell'urbanistica squadrata della città. Torino è vissuta per un secolo nascosta a se stessa, la sua struttura geometrica non appariva più una forma di eleganza silenziosa e segreta, ma una specie di prolungamento delle linee di ontaggio. Aveva dimenticato e negato la sua bellezza.

Adesso quell'epoca è finita con il tramonto dell'industria, non soltanto a Torino e non da oggi. Ma qui è in corso una rivoluzione nel segno della cultura e dell'arte. E la crisi Fiat ha accelerato un processo già iniziato più di dieci anni fa. «Per mollo tempo la Fiat è stata un punto di riferimento forte per la città, anche dal punto di vista dei finanziamenti alla cultura. Questo può anche aver rallentato il crescere di altre disponibilità, da parte del mondo delle imprese», è la diagnosi di Maria Leddi, segretario generale della Fondazione Crt (Fondazione Cassa di Risparmio di Torino, presieduta da Andrea Comba, ordinario di Diritto Internazionale all'Università di Torino) fra i maggiori sponsor del cambiamento. Bisognava inventare una città diversa, senza rinunciare al vecchio motore dell'industria, diventato insufficiente. Serviva il grande progetto. In Italia è sempre sembrato impossibile. Ci vuole l'accordo di tutti: partiti, istituzioni, sindacati, protagonisti dell'economia. Bisogna coinvolgere la gente, superare la logica degli schieramenti, creare l'idea dì un futuro condiviso. Insomma una politica alta, scelte di lungo periodo. E soldi, molti soldi da investire. Sembra incredibile, ma tutto questo a Torino è avvenuto. La città sta riscoprendo i suoi tesori abbandonati, scommette su un domani alternativo, sta diventando un polo europeo della cultura, con una forte presenza dell'arte contemporanea.

Comune, Regione, Stato, ma anche le due grandi Fondazioni bancarie torinesi, Compagnia di San Paolo e Fondazione Crt. al di là delle divisioni politiche e dei cambi di Amministrazione, da anni lavorano insieme seguendo linee comuni. Anche prima della vittoria di Mercedes Bresso alla Regione, quando il punto di riferimento era il centrodestra del presidente Ghigo e del suo assessore Giampiero Leo, tra i sostenitori della svolta. «Nel '97, durante la campagna elettorale per la rielezione de! sindaco Castellani, non avevamu dubbi: la prossima giunta avrebbe dovuto gestire il declino inevitabile dell'industria e quindi della città. C'era solo la Fiat e la Fiat andava male», ricorda l'assessore alla cultura dell'attuale giunta Comunale del sindaco Chiamparino (centrosinistra), Fiorenzo Alfieri, da tempo in prima linea per il combiamento. «Allora abbiamo detto: ci vuole un progetto condiviso, come a Barcellona. Billbao, Glasgow e altre città industriali in crisi che si sono riconvertite, hanno puntato sulla cultura e ce l'hanno fatta. Dal 2001, Torino è la prima città italiana ad avere un "Piano Strategico" di lungo periodo. E la cultura è al centro di questo piano. Certo, abbiamo indicato anche altre priorità: alta formazione, industria avanzata, un migliore ambiente urbano, trasporti. Ma l'accento è sulla cultura, sull'arte. Con l'aiuto di tutti, abbiamo investito molto: 70 milioni di euro all 'anno, forse più, dal 2001. Adesso è pronto il secondo Piano Strategico, per lo sviluppo della città fino al 2015». In questi giorni Torino vive l'atmosfera straordinaria delle Olimpiadi: cantieri ovunque, grandi lavori (finalmente anche la metropolitana), continue inaugurazioni di mostre, palazzi che riaprono. Anche la Fiat, sponsor principale di questa Olimpiade, scomparsa dalla scena culturale, si rifa viva. La Fondazione Giovanni e Mariella Agnelli ha aperto al Lingotto, negli spazi riallestiti da Renzo Piano, la mostra «Paesaggio e veduta da Poussin a Canaletto». Le iniziative sono tante, basta dare un 'occhiata in centro. Spettacolari le «Luci d'Artista», prorogate per l'Olimpiade: 22 impianti luminosi che cambiano volto a strade, piazze, cupole. Persino al Po. Dalle «Schegge di luce» di Mimmo Paladino sulla Fiat Mirafiori all'ultima invenzione di Pìstoletto a Porta Palazzo, mentre «Il volo dei numeri» di Mario Merz domina la città dalla Mole Antonelliana, sede del Museo del Cinema, il più popolare della città (quasi 400mila visitatori nel 2005). È aperta la prima Triennale d'arte contemporanea e decine di eventi si accavallano per le «Olimpiadi della Cultura». E ancora spettacoli. l'Auditorium Rai (opera del 1952 di Carlo Mollino e Aldo Morbelli) che riapre dopo i restauri, l'Opera al Regio, le invenzioni teatrali di Luca Ronconi (il progetto "Domani"). Per le attese folle olimpiche, una Torino al massimo. Questa la grande vetrina che si spera serva anche a far sapere a tutto il mondo quello che si sia facendo, quanto Torino sia diversa e cambiata. «Non vogliamo andare nella direzione di Venezia o di Firenze, siamo stati bene allenti a non imitare quei modelli». Alberto Vanelli. direttore ai Beni culturali della Regione Piemonte, è stato tra i primi e più impegnati nel progetto: «La scelta di fondo non è il turismo. Certa, la cultura deve avere i suoi risvolti economici. Ma vogliamo soprattutto inserirci nel sistema internazionale della cultura, nei grandi processi dell 'innovazione. Ecco i perché dell 'enfasi sull'arte contemporanea, un tratto distintivo della città, ma anche della decisione della Regione di recuperare unti dei nostri patrimoni maggiori, il sistema delle Residenze Sabaude e delle loro collezioni. Prima il Castello di Rivoli, sede del Museo d'Arte Contemporanea, e poi Venaria, Racconigi, Stupinigi, Moncalieri, Aglié, palazzi magnifici, alcuni in forte degrado. La "corona di delizie " sei e settecentesca: luoghi straordinari, parchi e palazzi tutti nella periferìa torinese. Così, restaurare le dimore dei Savoia significa anche ridisegnare il sistema ambientale, urbanistica, commerciale dì quei quartieri. Abbiamo investito tanto - anche quando la Regione era governata dal centrodestra - con il Comune, e le nostre fondazioni bancarie».

Di Torino non sorprende soltanto il centro. La vecchia ferrovia che tagliava in due la città sta scomparendo sottoterra, quasi una metropolitana. Sopra, la sostituisce il «Passante», un largo boulevard che porta tra le case dei quartieri, un tempo degradati, anche il segno marcato dell'arte contemporanea. È arredato dagli spettacolari lampioni bianchi di Gregotti e Cagnardi, autori del piano, e da grandi installazioni permanenti volute da Rudy Fuchs e realizzate finora da Mario Merz (la grande fontana simbolo della nuova Torino), da Giuseppe Penone, da Per Kirkeby. Alla fine (nel 2009 e al costo di 1.200 milioni di euro) sarà un viale di 14 chilometri scandito da spettacolari opere d'arte. Il «grande progetto» per Torino deve molto alla Fondazione Crt e Compagnia di San Paolo, che si sono anche divise i compiti: arte contemporanea per la prima, «patrimonio ereditato» per la seconda. Insieme spendono per la città circa 200 milioni di euro all'anno per interventi che vanno dall'arte, alla cultura, alla sanità.

«Ci siamo concentrati sul recupero del patrimonio edilizio. Era molto trascurata anche per un errata percezione del suo valore. Negli ultimi dieci, unndici anni, la tendenza si è rovesciata»,spiega Piero Gastaldo, segretario generale della Compagnia di San Paolo, una delle cinque fondazioni bancarie più ricche d'Europa nella classifica per capacità di spesa, che agisce su scala internazionale. «Abbiamo lanciato un messaggio: si doveva pensare a palazzi, collezioni, musei del centro storico come a un sistema integrato. Era stato del resto concepito dai Savoia come sìmbolo di potere e di comando nel cuore della città, intorno al Palazzo Reale del quale abbiamo già recuperato facciata, piano nobile, e parte del secondo piano. Dovremo poi valorizzare la Galleria Sabauda, spostandola nella Manica Nuova di Palazzo Reale anche per liberare il palazzo dell'Accademia delie Scienze e dare più spazio al Museo Egìzio nella sua sede storica. Stiamo poi restaurando Palazzo Carignano». E Gastaldo tiene a sottolineare come la San Paolo non sia una fondazione tradizionale, che finanzia soltanto progetti altrui. «Noi progettiamo e studiamo in modo autonomo. È questo il cuore della nostra attività, in un dialogo serrato con la Fondazione Crt mentre ci comportiamo spesso come elemento integrato nel sistema istituzionale. Nel 2005 abbiamo investito in arte 26 milioni di euro e 15 in cultura. Nel 2006 saranno 27.5 e 15.2. Dal 2004 ci aiuta una nostra struttura operativa, unica in Italia: la Fondazione per l'Arte, presieduta da Carlo Callieri. I finanziamenti, 3 milioni di euro quest'anno, vengono soprattutto dulia Compagnia. La Fondazione è diventata tra l'altro principale riferimento del nuovo centro di restauro di Venaria Reale, creato anche come scuola di specializzazione: un vero terzo polo dopo l'Istituto Centrale di Roma e l'Opificio di Firenze».

Difficile distinguere tra monumenti, palazzi, musei, di proprietà dello Stato e del Comune, tanto sono Intrecciate e integrate le diverse iniziative di recupero e restauro. L'elenco dei lavori finiti o in corso a Torino è impressionante. "Palazzo Madama è stato inaugurato il 23 dicembre e preso d'assalto dai torinesi dopo 18 anni di restauri», spiega l'assessore Alfieri, vera miniera di idee: «A febbraio sarà sede di rappresentanza del Cio, ma il 20 ottobre sarà inaugurato nelle sue sale il Museo civico d'Arte Antica. Nel 2007 avremo il nuovo museo a palazzo Mazzonis dedicato all'Arte orientale. Abbiamo ristrutturato il Borgo Medievale sul Po, un luogo affascinante costruito per l'Esposizione generale italiana del 1884. Adesso tocca alla Galleria d'Arte Moderna, che non ha più spazio. Stiamo decidendo in questi giorni, la sede scelta è Torino Esposizioni, uno splendido grande edificio, nel quale si teneva il Salone dell'Auto. Ha un enorme sala centrate, progettata anche da Pier Luigi Nervi, di I2mila metri quadri e due padiglioni laterali di 3,500 metri ciascuno. La sala maggiore avrebbe potuto contenere la collezione d'arte contemporanea della Galleria, le due laterali servire per mostre. Ma c'è un'idea nuova, rivela Alfieri, fare di tutto il palazzo la sede della Gam. Ci eviterebbe dì moltipllcare i costi. Il vecchio edificio potrebbe essere venduto. Lo decideremo presto. Un altro progetto: l'ampliamento del Museo del Cinema che, se ci sarà un accordo con la Rai, potrebbe comprendere la radio e diventare un Museo della Comunicazione unico al mondo. E poi il Palazzo a Vela, per grandi mostre, e il nuovo, spettacolare allestimento del Museo dell'Automobile».

Per gestire i suoi musei, il Comune ha creato la Fondazione Torino Musei, primo esempio del genere nel nostro Paese. Bilancio annuo: 14 milioni di euro, sponsorizzazioni comprese. Gestisce in piena autonomia i musei e realizza gli «eventi» del Comune: organizza «Artissima», la fiera annuale d'arte contemporanea più importante d'Italia, ma anche «Luci d'Artista» e co-cura la Triennale. Presidente della Fondazione è Giovanna Cattaneo. «Torino Musei è un buon sistema e funziona. La città sta davvero cambiando anche se resterà, speriamo, una città industriale. Ha però riscoperto una vocazione che non sapeva o non ricordava dì avere. Non si faceva cultura, non e 'era pubblico per le mostre. Adesso crede in se stessa e sta superando la crisi».

Un caso a parte è il Museo Egizio, perla dei musei torinesi (più di 300mila visitatori all'anno). Una collezione, seconda a! mondo solo a quella del Cairo, ma per anni trascurata. Da dicembre è in corso un esperimento: per le prima volta un museo statale viene trasformato in Fondazione. Dopo complessi passaggi burocratici, a dicembre c'è stato il «conferimento», il passaggio a questa Fondazione di tutti i beni del museo. Ora si aspetta il rinnovo e l'ampliamento, un'operazione fortemente sostenuta anche dalla Compagnia di San Paolo e dal suo segretario Gastaldo coadiuvato da Dario Disegni, responsabile per il settore Arte e Cultura. Ci sono ancora dubbi e difficoltà. «Definire il passaggio di beni e personale statale dallo Stato a una fondazione privatistica è una sfida: mancano i precedenti, bisogna inventare. Basti pensare che il patrimonio archeologico non è ancora interamente catalogato, lo Stato aveva detto: continuerò a garantire come prima la gestione del museo, quello che mettono i privati servirà a farlo crescere. Invece adesso mancano i fondi, così lo Stato garantisce soltanto lo stipendio del personale che lavora nel museo per la Fondazione ma continua a dipendere dal Ministero e non dal direttore nominato da poco, Eleni Vassiìika. Una situazione provvisoria, ma assurda. Ho fiducia che si risolva, altrimenti dovremo dire: scusate, ci siamo sbagliati, tenetevi il museo». Il presidente della Fondazione dell'Egizio. Alain Elkann, è ottimista. «È una fase di transizione, dice. Non sono preoccupato. La Fondazione sta funzionando, può diventare un modello. Poiché non potevamo mancare l'occasione delle Olimpiadi, in pochi mesi abbiamo pulito i reperti, ridipinto le pareti, restaurato le vetrine ottocentesche, sistemato nuove didascalie anche in inglese. Prima c'erano targhette di carta a quadretti scritte a macchina. Intanto è pronto il nuovo allestimento della statuaria, progettato dallo scenografo premio Oscar Dante Ferretti. Chi verrà per le Olimpiadi vedrà un vecchio museo ben tenuto, con alcune novità. E lo vedranno alla tv in tutto il mondo. Passate le Olimpiadi, a marzo, il Consiglio di Amministrazione comincerà a parlare del futuro, dell'ampliamento che raddoppierà gli spazi. Saranno creati una caffetteria, un bookshop, un luogo per conferenze. Avremo, finalmente, un "museo internazionale e moderno". Intanto aprono due mostre: una in sede, "La vita quotidiana dell'antico Egitto", l'altra, a Palazzo Bricherasio, dedicata al «Papiro di Artemidoro». Anche Mario Turetta, direttore regionale per i Beni culturali del Ministero, già collaboratore dell'ex ministro Urbani, è deciso: «II nuovo Museo Egizio si farà, ci vorranno due o tre anni in attesa dello spostamento della Galleria Sabauda nella Manica Nuova di Palazzo Reale. Ma siamo sotto gli occhi di tutto il paese, e vogliamo dimostrare che la nuova Fondazione funziona». Un'altra caratteristica originale del «caso Torino» è la presenza di una serie di Fondazioni intrecciate che si sostengono a vicenda e collaborano. Fondazioni per l'arte e la cultura, per uscire dalle burocrazie delle istituzioni, per intervenire con strumenti agili, flessibili. I privati usano gli stessi strumenti e ne creano di nuovi, come la Fondazione Crt, l'altro colosso torinese il cui presidente è il professor Andrea Comba. Anche questa struttura non si limita a finanziare progetti altrui: elabora, studia, progetta. «Torino è una città speciale, ma per chi viene da fuori è soprattutto una sorpresa». Il segretario generale Maria Leddi è entusiasta di quello che si va realizzando. «Non ci si aspetta di trovarla tanto cambiata perché finora si è costruito, e solo ora si comincia a comunicare in maniera forte. È interessante anche il clima culturale, difficile da descrivere, frizzante. Ci sono segmenti d'avanguardia, e la città può offrire molto, anche perché le istituzioni hanno trovato un punto di intesa per investire in arte e cultura. Una sintonia incredibile, al di là delle colorazioni politiche. Per l'arte mettiamo a disposizione dai 27 ai 30 milioni di euro ogni anno, in diversi settori. Quella dell'arte contemporanea è un nostro interesse specifico. Da anni compriamo opere sul mercato per darle poi in comodato permanente ai nostri due musei: la Gam e il Castello di Rivoli. Abbiamo costituito una Fondazione per l'Arte Contemporanea che si occupa esclusivamente di questo. Spendiamo circa 3 milioni 850mila euro all'anno. Nel tempo si è formata una collezione molto importante di artisti contemporanei, non soltanto italiani».

Il Castello di Rivoli è un museo straordinario non soltanto per la ricchezza delle collezioni ma per la splendida, suggestiva residenza sabauda che le contiene. È scomodo arrivare fin qui da Torino, non ben collegata in attesa della metropolitana. Eppure i visitatori sono stati 110mila nel 2005. La direttrice Ida Gianelli, è consapevole di guidare uno dei grandi musei d'Europa di arte contemporanea e spiega anche così il successo internazionale dell'istituzione che dirige: «Credo che uno dei motivi principali sia la totale mancanza di interferenze politiche nel nostro lavoro. Non ci si chiede di fare "numeri" a tutti i costi, di allestire mostre "popolari", A Londra come a New York ci sentono vicini al loro modo di lavorare, capaci di prendere impegni e decisioni di lungo periodo senza interferenze. Questo vale per tutto il sistema dei musei torinesi. Dirigo Rivoli da a5 anni ed è stato così con amministrazioni regionali e comunali di diverso colore. Penso sia un fatto ambientale, di mentalità». Per Torino un altro «caso unico». L'atmosfera è da tempo favorevole all'arte contemporanea. Non soltanto i due musei, ma un collezionismo diffuso, alcune importanti fondazioni, una serie di gallerie private di livello internazionale hanno fatto di Torino la capitale italiana del contemporaneo. Basta dare un'occhiata alla nuova galleria di Giorgio Persano, nome storico dei mercanti torinesi, per trovare il grande spettacolo. In questi giorni il suo capannone è occupato da una immensa installazione sonora e luminosa di Gilberto Zorio (uno dei protagonisti dell'Arte Povera, il gruppo di artisti torinesi oggi noti in tutto il mondo) che da la misura dell'entusiasmo di chi vive la realtà artistica della città. Lo stesso entusiasmo e qualche preoccupazione alla Fondazione Sandretto Re Rebaudengo, nel cuore di Borgo San Paolo, storico quartiere operaio. La sede è una grande scatola, lunga 130 metri, che ospita la collezione Sandretto e ora una parte della Triennale con la personale di Takashi Murakami. «Forse ci conoscono più ali 'estero che in Italia, dice Patrizia Sandretto, che presiede la Fondazione. Il problema di noi piemontesi è la difficoltà di comunicare, di far sapere. A Torino intanto l'arte contemporanea è arrivata a tutti. Alle nostre inaugurazioni arrivano migliaia di persone. Per l'arte, è stato fatto molto da quando è nata la Fondazione, 10 anni fa. Ora siamo a un passaggio delicatissimo. Sono un pò preoccupata per le decisioni future. Al Comune, le elezioni sono vicine, si può creare una rottura. Anche alla Regione, per la quale non si vota. Nel nuovo Piano Strategico mi sembra un po'meno forte il ruolo assegnato alla cultura. Finora c'è stato un progetto e una sinergia davvero unici. Non dobbiamo buttare via dieci anni di lavoro».

I ragionamenti dello stesso assessore Alfieri pongono interrogativi e dubbi più pesanti. «Abbiamo fatto tanto, ma è costato. Per il Comane è vigilia elettorale. Qualcuno pensa: ha senso spendere tanto?' Restiamo una città industriale, dicono, non diventeremo mai come Firenze. E adesso, per gestire i musei restaurati ci vogliono altri soldi, e tanti. E il partito di quelli che non vogliono rischiare. Ma io dico: non siamo i primi. Altre città europee sono uscite dalla crisi puntando sulla cultura. Non solo musei, ma spettacolo, teatro, musica, alta formazione, ambiente, editoria. Ceno, non siamo sicuri di riuscire. E non sono neppure sicuro che tutti vogliano andare fino in fondo. Anche in Regione. La cultura è un modo per produrre ricchezza, ma ci vuole tempo. Abbiamo alle spalle appena cinque anni di grandi investimenti. Siamo a metà del guado. Questo è il momento, bisogna crederci e andare avanti o tutto sarà sprecato». Alberto Vanelli, il direttore regionale ai Beni Culturali, protagonista e teorico della svolta, ammette: «il passaggio è delicato e controverso. C'è chi si interroga: abbiamo speso troppo? Servirà? È uno snodo politico. L'autonomia amministrativa e politica di fondazioni diverse ma intrecciate ha funzionato bene, anche nel privato: la Fondazione Sandretto, la recente Fondazione Merz. L'ultimo tassello sarà la Fondazione per le residenze Sabaude e l'intero sistema statale di Torino. Gestire questo patrimonio recuperato è molto costoso, 25 o 30 milioni di euro. Una parte verrà dalle entrate, dai biglietti, dai bookshop. Ma sappiamo che non potrà coprire più del 25, massimo 30 per cento della somma. Una parte è giusto venga pagata alla parte pubblica: è suo dovere garantire la conservazione e l'apertura al pubblico. Restano 7o 8 milioni all'anno per mostre, eventi, per la comunicazione, che finora è mancata. Secondo me, non possiamo chiedere anche questi soldi a Stato, Regione, Comune. Il sistema museale dovrebbe imparare a valorizzare i suoi beni: magari con un ufficio marketing, una struttura commerciale. Dobbiamo mettere a punto un meccanismo innovativo per creare entrate. Penso a un fondo da costruire nel tempo insieme con te fondazioni ex-bancarie, ma anche a lotterie regionali, a nuovi sponsor. Bisognerebbe anche introdurre un concetto: è giusto che il sistema economico della città restituisca una parte dei guadagni prodotti dalle strutture culturali. Ho delle idee, farò delle proposte». Torino è alla svolta cruciale. Deve decidere se rischiare ancora e passare alla «fase 2», quella nella quale si continua a spendere per arte e cultura ma si raccolgono i primi frutti del lungo lavoro, oppure frenare. Qualcuno ha definito i torinesi maestri di «iporealismo», perché vedono la realtà più piccola e modesta di quanto sia veramente. Ma quello di Torino è davvero un importante «caso» nazionale. Pochi in Italia se n'erano accorti. Le Olimpiadi sono la grande occasione per comunicarlo finalmente a tutti.

Edek Osser

 
 © Torino Internazionale 2006