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09.04.2006 - "Artissima a Torino meglio della Biennale"

Ugo Nespolo, lei che genere di artista pensa di essere?
(Ride) «Un artista che cerca di abbracciare la vita e non vuole essere genio e sregolatezza. Sono nato all’epoca della pop art, ho fatto parte dell’arte povera di Bonetti e gli altri, poi mi sono riavvicinato all’insegnamento dell’avanguardia storica. L’artista guardava la vita a 360 gradi».

Chi sono i suoi maestri?
«I futuristi così come i surrealisti. Sono stato amico di Man Ray e andavo con Bay a trovarlo a Parigi. Mi ha dato un soggetto per un film che ho realizzato che si intitola “Revolving Doors”. Il mio mercato è il mondo. Ho abitato a New York negli anni tra il ‘60 e l ’80. Avevo una casa vicina a quella di Isabella Rossellini».

Perché è tornato in Italia?
«In quegli anni New York era la capitale mondiale dell’arte contemporanea, ho conosciuto bene Andy Warhol. Adesso in Italia è Torino. Abbiamo grandi eccellenze, dal Museo del Cinema al Museo Egizio. Negli ultimi vent’anni è stata all’avanguardia. A Torino c’è un sistema museale efficace da Rivoli a fondazioni quali la Fondazione Rebaudengo. Dovrebbero però fare più sistema e comunicazione tra loro, per farsi conoscere di più. Io quest’anno ho fatto quattro mostre in Cina, due in Russia, uno a Mosca e una a Pietroburgo, sanno poco di Torino: mi pare un delitto».

Lei è stato uno degli artisti «ufficiali» delle Olimpiadi. Sono servite a qualcosa?
«Tantissimo. Sono stato un grande fautore delle Olimpiadi. Abbiamo fatto bene e adesso si tratta di non lasciare cadere la tensione. Io ho realizzato il calendario ufficiale per la Regione, un poster che si chiamava “Meno tre”, ho curato tutta la parte artistica della Metro. Abbiamo fatto un vero palinsesto di proiezioni architetturali più alcune postazioni cinematografiche. Le mie opere invece stanno sulle grandi vetrate e sono decori che seguono il significato etimologico di ognuna delle undici stazioni oggi esistenti».

Si sente un po’ un artista di regime come lo erano Diego De Riveira in Messico, o Severini e Sironi a Roma.
«No perché non ritengo esista un regime in senso stretto. Deve esistere però la collaborazione tra gli artisti e il sociale com’è stato in altre epoche, pensiamo all’”art nouveau” o alla “jugendstil”. Il rapporto tra le arti maggiori e minori era molto più spinto e quindi interessante. E’ una delle poche possibilità che oggi hanno gli artisti di essere presenti: mescolare le carte».

Che tipo di lavori fa?
«Due giorni fa ho inaugurato a Milano una mostra di vetri e ceramiche alla Galleria Bianconi in via Fiori Chiari a Milano ed è una mostra in cui ho cercato di mettere insieme il pezzo unico ma unito all’aspetto esecutivo, manuale, rifuggendo dall’ideologia dell’artista che fa l’opera assoluta che è solo retorica. Poi dipingo, scolpisco, faccio bronzi dipinti, arazzi, la ceramica e i lavori su carta. Come si faceva nell’avanguardia storica».

Dove si sente più riconosciuto?
«In Italia anche se lavoro molto fuori. L’Italia è un paese che sa apprezzare gli artisti. L’arte viene accettata e capita perché fa parte della nostra essenza. All’estero siamo stranieri come gli irlandesi. Siamo sempre guardati come pellegrini o emigranti».

Molti artisti da noi sono molto bravi ma non riescono ad uscire dai confini. Come mai?
«Oggi c’è un eccesso di omologazione e di comunicazione. Per esempio i pittori cinesi sembrano artisti newyorkesi. I cinesi hanno esposto due volte nell’ultimo anno alla Pace Gallery di New York mentre gli italiani no».

Vuol dire che la Cina è di moda e l’Italia No?
«Vuol dire che sotto c’è un altro pensiero, quello di aprire ai mercati in via di sviluppo. Alla Biennale Venezia è stato premiato un artista che viene dal grande freddo».

Cosa pensa della Biennale?
«La trovo vecchia come formula. Non basta mettere cose nuove. Per vedere cose nuove basta andare a Bologna o al Grand Palais a Parigi, sono più interessanti della Biennale. Vediamo le novità alle Fiere di Basilea, di New York e di Parigi. Mentre Artissima a Torino è forse tra le fiere meno commerciali e più originali. Punta solo su un certo settore e non è scontata».

Di nuovo un successo?
«Sì, ma perché si distingue per scelte da Bologna e Milano dove c’è di tutto e di più. A Torino si punta su una galassia giovane, le ultime ricerche di materiali più originali, ci sono molte fotografie e video. Ci sono più novità».

I giovani a che punto sono?
«Oggi sono confusi. Ed è vero quanto dice il mio amico Gianni Vattimo, in un’epoca come la nostra di avanzatissima postmodernità non esistono più direttrici obbligate e per questo i giovani non hanno un binario da seguire o dei traguardi da raggiungere».

I progetti futuri?
«Sto lavorando per le scene e i costumi di “Butterfly” che sarà messa in scena a Torre del Lago Puccini che si sposterà poi a New York e Shangai. Ho terminato a Cinecittà un film con Giancarlo Giannini per una grande mostra che si chiamerà “Italiana” fatta dal ministero dei Beni Culturali. Sto preparando anche il film ufficiale del Museo del Cinema di Torino e farò anche una grande mostra a Spoleto per il Festival».

Ma lei ha sofferto poco?
«No, ho sofferto a lungo, e poi il successo non arriva una volta per tutte. L’artista dovendo creare deve sempre mettersi alla prova. Temo anche il giudizio per il fatto che lavoro da anni e so che l’artista dev’essere di stomaco forte e deve digerire tutto. Se si aspetta solo il bene e il buono si avranno grandi delusioni. E poi tante volte i giudizi negativi, anche se non ti fanno piacere, sono quelli che ti stimolano di più».

Alain Elkann

 
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