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19.04.2006 - Un risveglio chiamato Torino
Prima ancora di cominciare, gli eventi di Torino capitale mondiale del libro stanno già facendo il pieno di pubblico. A Rolando Picchioni, che dell´evento è il grande regista (con Ernesto Ferrero) in veste di presidente della Fondazione per il libro, la cultura e la musica, allora domandiamo: qual è il segreto della rinascita dell´ex Fiatopoli sotto il segno delle manifestazioni culturali e del turismo?
«C´era bisogno di un acciarino con cui fare scoccare le scintille che covavano sotto l´apparente cenere. Le scintille sono arrivate grazie alle Olimpiadi invernali, ora verrà il resto. E se il buongiorno si vede dal mattino, stando al vecchio adagio, questi 4 mila biglietti staccati in tre ore per l´anteprima di Torino capitale mondiale del libro ci suggeriscono che il cammino è in discesa. Insomma, come ha scritto Saverio Vertone, tutto ciò dimostra che nella noia rassicurante di prima, in realtà, nelle viscere della città si stava agitando una incredibile ricchezza minerale, che adesso viene alla luce. Certo, bisogna sapere dare la giusta continuità, consolidando quanto sta accadendo».

In pochi avrebbero scommesso sulla capacità dei torinesi di passare dal «mare di fredde ciminiere», quello di una canzone di Gipo Farassino, alla ressa per una notte bianca letteraria e musicale. Che cosa è successo?
«Si sta vincendo la grande battaglia contro i pregiudizi: non solo i pregiudizi degli altri verso di noi, ma soprattutto quelli nutriti da noi stessi. E poi si è seminato bene. Lo hanno fatto le Olimpiadi, comprese quelle della cultura, e lo stiamo facendo da tempo noi della Fiera del Libro. L´immagine della città è ormai diversa dagli stereotipi, dai luoghi comuni che fino a poche settimane fa ci dipingevano tristi e noiosi. Basti dire che, proprio poche ore fa, ho avuto un incontro con i rappresentanti di una grande società estera che vorrebbe investire qui a Torino in un progetto culturale e ludico di grande respiro».

Di che si tratta? Può anticiparci qualcosa?
«Ovviamente non sono ancora in grado di anticipare niente, d´altra parte siamo soltanto ai preliminari. Comunque, sia pure molto genericamente, posso aggiungere che i contatti hanno come oggetto la creazione di un parco tematico di largo spettro. La nostra scommessa deve andare sempre in una direzione analoga. Dobbiamo inventarci ogni anno qualcosa di nuovo e di significativo, come abbiamo fatto noi della Fiera con il progetto per i giovani intitolato "Oltre"».

Si comincia a parlare di «Bookstock», la lunga notte rave di libri e libere contaminazioni ideata dal regista Gabriele Vacis insieme a Roberto Tarasco, e si finisce per chiamare in causa l´avventura, che tra l´altro è il filo conduttore della imminente Fiera del Libro. Ma che cosa c´entra l´avventura, Vacis?
«Il successo di prenotazioni per "Bookstock", che sinceramente non ci aspettavamo in queste incredibili dimensioni, dimostra che i torinesi hanno una grande voglia di avventura, di cose nuove. Prenda la nostra proposta. È non ordinaria, coraggiosa, visto che passare una notte in un luogo dove non ci sono sedie, ma soltanto una moquette e i sacchi a pelo che abbiamo invitato a portare, è scomodo e fuori dal comune. La risposta che ci sta arrivando è straordinaria: una risposta avventurosa a una proposta analoga».

Come si spiega tutto ciò?
«Me lo spiego con il fatto che Torino sta cambiando pelle, smette il vestito scuro e invernale di una volta e desidera invece un abito di primavera. La gente ha voglia di uscire, di incontrarsi, di stare assieme. E l´adesione della gente a "Bookstock", al di là dei personaggi di grande richiamo che l´animeranno, è un ritornare alle origini stesse del teatro. Perché il teatro è sempre stato incontro, è sempre stato ascoltare qualcuno che racconta o legge una storia. Del resto io mi sono reso conto, con tanti altri naturalmente, che stava mutando davvero qualcosa nei torinesi quando lavoravo alla cerimonia di inaugurazione delle Olimpiadi invernali. L´ho capito stando in mezzo a tutti quei volontari, a quei giovani entusiasti. Anche questa mutazione, una mutazione direi genetica, in ogni caso è un ritorno».

In che senso parla di un ritorno del recente entusiasmo mostrato dal popolo dei volontari olimpici?
«Nel senso che la mutazione di oggi ha radici profonde nella storia di questa città, nel suo essere stata protagonista del volontariato, del movimento sindacale, di una certa tradizione cattolica che passa per Don Bosco, per i cosiddetti santi sociali. È qualcosa che sta già nel Dna dei torinesi. È chiaro che per dare nuova linfa alle antiche radici bisogna proporre delle cose "forti". Avremmo potuto organizzare "Bookstock" al Regio, si sarebbe stati certamente più comodi e i nomi degli ospiti non sarebbero cambiati. Tuttavia non sarebbe stata la stessa cosa. Ci voleva un tocco d´avventura, in sostanza. Quell´avventura che i torinesi vogliono».

Massimo Novelli

 
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