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21.04.2006 - Roma e Torino per un anno alleate del sapere
Accoccolati sui gradini d´ingresso d´una villa in una mattinata di sole, quei ragazzi, insieme a un professore dall´aria giovanile, quasi tutti chiusi nelle giacche doppiopetto, i colletti della camicia flosci, le cravatte annodate con trascuratezza elegante - la data della foto è il 1927 - sono quello che sono, un gruppo di bravi studenti in vacanza. Ma nel viso, nel sorriso talvolta mesto, vedi l´increspatura d´un pensiero se non di un´ossessione. Sono Pavese e i suoi amici in Piemonte. Forse parlavano già di libri da fare, di collane editoriali da organizzare. Si sarebbe poi unito loro Giulio Einaudi, e quel pensiero, quell´ossessione avrebbero trovato sfogo e un marchio, un disegno grafico risolutivo. La loro città, Torino, sarebbe diventata la capitale italiana del libro nuovo, di un libro col quale agganciare la modernità alla tradizione o del grande romanzo ottocentesco europeo o della ricerca storica e scientifica. Si preparava una rivoluzione, o un´egemonia che avrebbe fatto poi molto discutere - se quell´egemonia si sia tradotta in una specie di dittatura che qualcosa ha oscurato, o molto ha procurato di innovazione e conoscenza alla cultura italiana non solo letteraria in uscita dal filologismo della scuola carducciana o da altro di simile, dal collezionismo antiquariale del dannunzianesimo, o dai florilegi piccolo borghesi dei Salvator Gotta e delle Anne Vertua Gentile così funzionali al fascismo.

Quei ragazzi torinesi cui altri si sarebbero ancora aggiunti, e altre, Carlo Levi, Giulio Bollati, Natalia Ginzburg, poi Italo Calvino, andavano alle radici del nuovo Novecento, nei nomi di Freud, di Jung, di Proust, di Rilke, di Melville (nel Diario di Pavese c´è un interrogativo: Perché Melville appartiene al nostro tempo? Perché è puro ritmo…), di Hemingway, di Fitzgerald, di Sherwood Anderson. Per via di tanto alcuni di quei ragazzi entrarono nelle liste dei proscritti dalla dittatura come sovversivi, se non addirittura come comunisti. Alcuni di loro conobbero il confino. Fondarono una casa editrice. Ma la loro città, in questo, aveva precedenti esperienze da non disperdere. Una rivistina, Primo Tempo, animata dal giovanissimo Giacomo Debenedetti e da Sergio Solmi, quindi quella della Rivoluzione liberale di Piero Gobetti: non mancava Gramsci sullo sfondo. Un crogiolo di intelligenza e conoscenza. Il libro per tutti loro fu uno strumento educativo, il primo, il privilegiato, perché l´Italia intera nel rapporto con esso potesse principiare a conoscere un riscatto dalla deriva di retoriche nazionalistiche in cui la dittatura l´aveva abbandonata, il libro come strumento essenziale alla vita, come conquista morale, anche come affermazione di responsabilità politica.

Questo può spiegare perché percepiamo Torino come capitale del libro nell´Italia moderna. Certo, Milano potrebbe esserlo come luogo dove il libro divenne modo di produzione industriale, o Napoli, per la biblioteca di Croce a palazzo Filomarino come il tempio dove una tradizione di pensiero squisitamente italiano i cui fari erano Machiavelli, Vico e gli storicisti, si levava con forza al confronto polemico contro l´irrazionalismo dominante; ma Torino, con il libro Einaudi, scattò d´un passo più in là, a raccogliere il necessario ovunque dal mondo per una radicale modernizzazione della vita intellettuale italiana.

Ma se Torino fu il luogo dove il libro o una linea editoriale furono pensati in funzione educativa e politica (penso alla pubblicazione del trattatello Della tirannide di Alfieri pubblicato nella Universale einaudiana in data 1944), altro polo fu Roma, città in cui andarono a convergere narratori da ogni parte d´Italia. Tra l´ultimo scorcio degli anni Trenta e i Sessanta, Roma fu la capitale del romanzo italiano, la città dove i libri furono scritti, sostituendosi in questo velocemente a Firenze. Lo spettro di interessi, di stili fu immediatamente ampio. Una piccola mappa di nomi ne chiarisce il disegno, la dialettica: Pirandello, Alvaro, Bontempelli, Savinio, sotto l´occhiuta presenza critica di Cecchi o di Debenedetti. Ed ecco i nativi, i più giovani, Moravia e Morante. E a Roma arrivò Mario Soldati dal nord, così Bassani, Cassola, Landolfi, per non dire dell´arrivo, gennaio 1950, di Pasolini in fuga dal Friuli materno; e dal sud profondo erano arrivati Sandro De Feo ed Ercolino Patti, e nell´immediato dopoguerra da Napoli, Raffaele La Capria, Peppino Patroni Griffi, la Ortese. Arrivò anche Gadda, quasi a compiere in modo illustre la quadratura del cerchio; e Natalia Ginzburg, vedova da poco di Leone, fissando così anche un legame con le edizioni Einaudi di Torino, che a pochi passi da Montecitorio aprì una sede di rappresentanza che divenne col tempo luogo d´incontro, fino agli anni Cinquanta, fra le esperienze delle due città. Calvino prese casa a Campo Marzio, Arbasino nei pressi di piazza di Spagna, Bertolucci a Monteverde.

Torino impresse il proprio stile alla casa editrice, il riserbo, la coerenza finanche di stampo giansenista se la vicinanza con Ginevra poteva favorire una qualche permeabilità intellettuale e comportamentale. Comunque, niente di più diverso da Roma , la quale, col suo stile consueto, si limitò sornionamente a ospitare, offrendo i propri scenari come luogo d´incontro, le proprie piazze, i due bar di piazza del Popolo, il Rosati e il Canova, e Campo de´ Fiori col ristorante de La Carbonara, ospite discreta la gentile signora Andreina. A quei tavoli si sedettero Sartre e Mary McCarthy, Angus Wilson e Auden. Roma fu anche la città che diede vita a due testate giornalistiche d´intervento d´orientamento laico, Il Mondo fondato e diretto da Mario Pannunzio, e L´Espresso da Arrigo Benedetti, due testate dove la letteratura e la cultura avevano gran parte, se si pensa a Flaiano che per anni nel Mondo svolse vera e propria attività redazionale, o a Moravia titolare della rubrica di cinema sull´Espresso. Certo, due città, due stili di vita, ma c´era una singolare sintonia fra quelle diverse esperienze. L´una non poteva escludere l´altra, quando pure la vicinanza o la compresenza casuale poteva fomentare allergie reciproche. Ma, fra quei due poli la cultura letteraria italiana diede il meglio nella pienezza del secolo.

Enzo Siciliano

 
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