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Torino - 23 marzo 2004
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24.01.2004 - Oltre l'auto sfida capitale per Torino
Con le Olimpiadi invernali del 2006 la città accenderà i motori della rinascita È sotto i due padiglioni di Atrium, firmati da Giugiaro nel centro storico, che è possibile vedere i cambiamenti. Primo fra tutti lo spostamento della stazione di Porta Susa. Mentre i giochi sulla neve «significano aumento delle capacità ricettive e impianti nuovi» Già spesi un miliardo e 800 milioni Dal Nostro Inviato A Torino Giovanni Ruggiero Ma chi l'ha detto che Torino debba essere ancora "capitale"? I torinesi, non c'è dubbio. E poi, "capitale" di che cosa? Dopo essere stata città di corte e capitale del Regno, e poi capitale del "fordismo" e dell'automobile, Torino non rinuncia a un ruolo di capitale europea in un futuro che è ancora tutto da inventare e per il quale sta giocando già le prime carte, che sono almeno due: il turismo e la ricerca tecnologica.

Se si combinano insieme le varie forze che provengono da diverse direzioni e hanno impulsi più disparati, pensiamo solo all'alta velocità e alla costruzione (finalmente!) della metropolitana, si capisce che la città subalpina rientra in un sistema di cui le Olimpiadi invernali del 2006 non sono che uno dei motori principali. Si disegna così una Torino, a un anno dalla morte di Gianni Agnelli, alacre e caratterizzata da un «positivo entusiasmo fattivo», tanto per rubare una felice espressione a Marco Demarie, direttore della Fondazione "Giovanni Agnelli". Intanto, è sbagliato parlare di una Torino "post industriale". «La flessione del numero degli occupati, specie dell'indotto - sottolinea l'economista Giuseppe Russo - potrebbe farlo credere, ma non la quantità dell'offerta. È vero che le difficoltà della Fiat hanno fatto diminuire le quote di prodotto, ma sono aumentate le produzioni dell'indotto a favore di assemblatori francesi e tedeschi che nel caso specifico si chiamano Renault e Volkswagen. Torino, insomma, resta ancora il cuore industriale del Paese». Questo rimodellarsi di Torino è immediatamente percepibile per i cantieri che chiudono le strade, per le transenne che spezzano la fuga dei lunghi viali e per le gru che si stagliano nel cielo della città. «Torino - dice Carlo Olmo, preside della facoltà di Architettura - sta cambiando funzionalmente per tutta una serie di opere che muteranno il tessuto urbano, spostando, in alcuni casi, perfino gli antichi centri di aggregazione. Sono per Torino grandissime opportunità che si riorganizza intorno a valori ambientali che prima non erano considerati e favorendo servizi che si spera siano sempre più qualificati».

Dopo l'ondata migratoria degli anni Cinquanta, Torino, ha dovuto registrare via via anche un profondo cambiamento sociale: la struttura della famiglia, ad esempio, è molto cambiata ed è passata da un modello patriarcale a quello "mononucleare" con coppie senza figli o con l'incremento dei nuclei single che toccano punte del 18 per cento. Allo storico dell'architettura interessano di più, naturalmente, i cambiamenti formali che producono architetture molto diverse da quelle del passato. Ad esempio quelle di "Atrium", i due padiglioni di legno, vetro e acciaio, firmati da Giugiaro, che hanno occupato Piazza Solferino e imprigionato l'indomito e bronzeo cavaliere che sguaiana la sciabola. Pensate che fu facile farle sorgere in una delle più belle piazze di Torino? Oggi però rappresentano l'interfaccia tra i torinesi e il loro futuro. Qui ci sono i progetti, i sogni, le speranze e le scommesse. Tutte in scala uno a dieci. Responsabile di "Atrium" è Paolo Verri il quale vede il "sistema Torino" all'interno di un processo che ha origini ancora più lontane e che ha per tappe il piano regolatore del 1995, il piano strategico del 1998 e le Olimpiadi che Torino si aggiudicò nel 1999. Val la pena passare un'ora sotto le volte di "Atrium": è come leggere in una palla di vetro il futuro della città.

Ce n'è per tutti i gusti: da un mini museo dei giochi sulla neve, al disegno del nuovo baricentro di Torino, quando sarà spostata la stazione di Porta Susa. Nella prima settimana di apertura, "Atrium" è stato visitato da tredicimila torinesi. Dice Paolo Verri: «La struttura ha un duplice scopo: far conoscere la nuova Torino ai torinesi, e farci capire meglio come questo futuro va disegnato». Morale? «Abbiamo una prima informazione: - risponde Verri - i torinesi credono nel cambiamento, ma chiedono che sia accompagnato da una maggiore qualità dei servizi». I primi motori che faranno ripartire Torino saranno le Olimpiadi del 2006. Evelina Christillin è vice presidente vicario del "Toroc", l'agenzia guidata dall'ex sindaco Valentino Castellani, che sovrintenderà all'intera macchina delle Olimpiadi, una macchina che ha già mosso un miliardo e 800 milioni di euro, «perché i giochi significano - spiega Christillin - aumento delle capacità ricettive e impianti nuovi, e la scoperta di una vocazione ambientalista per tutto il Piemonte». Così fa anche il presidente della Regione, Enzo Ghigo, che non distingue tra Torino e Piemonte: «Le Olimpiadi, associate al miglioramento delle vie di comunicazione e la notorietà che il nostro territorio verrà ad assumere - spiega - potranno dare risultati duraturi in termini di sviluppo e di diversificazione economica». Contemporaneamente, Torino dovrà far partire (o far ripartire) altri motori: il turismo, ad esempio, giocando le carte dell'arte. Giovanna Cattaneo Incisa, presidente della Fondazione "Torino Musei", ne è ben consapevole e insiste sul passato della città: «È una città bella che i torinesi hanno dimenticato, e quindi l'hanno dimenticata anche gli altri».

L'arte rinnova questa immagine (nel mazzo delle carte da giocare ci sono il museo di Rivoli, quello del Cinema, la Fondazione "Sandretto" e la Pinacoteca Agnelli al Lingotto) e può portare turisti. Ma c'è chi ha deciso di andarli a rubare, come Josep Ejarque, direttore di "Turismo Torino" che ha avuto il compito di "vendere" l'immagine della città. Chiede lo spagnolo di Barcellona: «Quante ore di auto si è disposti a fare per vedere una bella città?» Da solo si dà la risposta: «Vogliamo fare tre?» Poi disegna nell'aria un cerchio con il compasso del pollice e dell'indice: «Tre ore, vogliono dire Genova, Milano, ma anche Lione, Ginevra. Cioè, un territorio di 35 milioni di abitanti». A un triangolo Genova, Torino, Milano pensa anche Marco Demarie, direttore della Fondazione "Giovanni Agnelli": «Tutti gli elementi che abbiamo - spiega - non sono sufficienti a competere nell'ambito della globalizzazione. Occorre recuperare quanto ci insegna la storia di Torino capitale tecnologica. ll futuro è quello di un'alta scuola politecnica con Milano, e di una cooperazione culturale con Genova. Devono funzionare come fossero una sola città». Con la scuola, la Fondazione fida in una Torino di giovani, una Torino che "non sta mai ferma", come dice appunto uno slogan che si legge in città.

Giovanni Ruggiero

 
 
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