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Torino - 27 aprile 2004
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11.03.2004 - Le scialuppe della crisi piemontese
Dai dati negativi sull´andamento dell´industria piemontese diffusi da Unioncamere, e da quelli complessivi dell´economia della regione che altrettanto negativi non sono, si possono trarre un paio di istruttive indicazioni circa i rapporti tra globalizzazione e sviluppo locale. La prima si riassume col dire che se una regione si concentra nel produrre beni da vendere in tutto il mondo, in quantità largamente eccedenti la domanda locale, è possibile che la sua economia conosca una lunga stagione di crescita. Che però si interrompe quando il mondo comincia ad acquistare quei determinati beni in minor misura, perché li trova in altri paesi a minor costo. A meno che la regione stessa abbia entro la propria economia settori più o meno indipendenti dai processi di globalizzazione, capaci di compensare con il proprio autonomo sviluppo il declino dei settori che invece a quelli sono strettamente legati.

Sembra proprio che questo sia ciò che è accaduto in Piemonte negli ultimi tre o quattro anni. La nostra regione possiede da lungo tempo due settori produttivi che hanno carattere eminentemente globale: i mezzi di trasporto e il tessile più l´abbigliamento. Produzione e fatturato di entrambi sono in flessione da parecchi trimestri consecutivi ? il primo più del secondo. Il settore autoveicolare ha chiuso il quarto trimestre del 2003 con una preoccupante flessione della produzione di oltre il 25% rispetto allo stesso periodo del 2002. Il secondo ha limitato il cedimento al 3% circa, se si fa una sorta di media ponderata tra il tessile e i principali comparti dell´abbigliamento, ma pur sempre di cedimento si tratta. Dato il peso economico e occupazionale dei due settori, una contrazione produttiva così rilevante e prolungata sarebbe stata in sé, per l´economia regionale, un mezzo disastro. Se così non è stato, lo si deve soprattutto a fattori locali. In primo luogo, ovviamente, alle grandi opere in corso: metropolitana, passante, lavori per i giochi olimpici. Peraltro la compensazione in termini di fatturato e di posti di lavoro è venuta anche dallo sviluppo delle Ict, del commercio e della ristorazione, nonché dalla crescita dell´agricoltura, che ? sorprendentemente - ha generato da sola quasi un quarto dei 39.000 posti di lavoro addizionali creatisi in Piemonte nel 2003 rispetto al 2002. Si può quindi dire che, senza volerlo, l´economia regionale abbia realizzato un ragionevole equilibrio tra l´interdipendenza con altre parti del mondo, che le ha giovato per decenni ma che da qualche tempo sembra piuttosto essersi trasformata in un fattore di dipendenza, e varie forme di sviluppo autonomo scarsamente influenzabili da ciò che succede su mercati lontani. Il problema che si pone agli attori istituzionali e privati dell´economia regionale sarebbe ora quello di programmare sistematicamente e rafforzare un simile equilibrio tra rapporti globali e sviluppo locale. Guardando al momento ? non lontanissimo - in cui i fattori transitori come le grandi opere avranno esaurito i loro effetti.

Una seconda indicazione, relativa ai rapporti tra globalizzazione e lavoro visti nel quadro regionale, la si può leggere per esteso in "Piemonte congiuntura", la pubblicazione di Unioncamere Piemonte che riporta i dati sull´economia della regione a fine 2003. Nello sfondo c´è un dato: l´occupazione dichiarata è cresciuta nel 2003 di un consistente 2,2%; tuttavia le ore lavorate in totale sono aumentate di appena tre decimi di punto. Segno che un maggior numero di persone svolge qualche tipo di lavoro, ma con orari ridotti, e minori guadagni. A questo riguardo si legge nel rapporto: "L´occupazione è caratterizzata sempre più da forme flessibili di lavoro che, in alcuni casi, sfociano in una vera ?precarietà´ professionale, negativa sia per la persona sia per il sistema delle imprese." Qui le novità sono due. In primo luogo è forse la prima volta che capita di leggere in una pubblicazione ufficiale, facente capo a una associazione di imprenditori, di datori di lavoro, che i lavori flessibili presentano risvolti negativi per la persona. Finora ci si limitava ad affermare categoricamente che essi sono una necessità imposta dalla globalizzazione, oltre a magnificare gli straordinari effetti che avrebbero avuto in termini di aumento dell´occupazione. Ed è anche una delle primissime volte dove in un testo che si suppone rappresentativo del punto di vista degli imprenditori si trova scritto che la precarietà professionale può avere ricadute negative pure per il sistema delle imprese. In verità capita sempre più spesso di sentir dire da imprenditori e dirigenti d´azienda che la proliferazione di decine di tipologie di contratti di lavoro flessibili, esasperata dal recente decreto attuativo della legge 30/2003, reca più problemi alle organizzazioni aziendali di quanti non ne risolva. In specie perché lavoratori precari e mal pagati non hanno alcun motivo per impegnarsi con tutte le loro capacità nelle mansioni che provvisoriamente sono chiamati a svolgere. Ma anche perché nelle infinite pieghe della nuova legislazione paiono nascondersi rischi amministrativi e penali, nonché orripilanti complicazioni organizzative, che inducono un certo numero di imprenditori a chiedersi se, tutto sommato, il buon vecchio contratto a tempo indeterminato e a orario pieno non convenga tuttora alle aziende, oltre che alle persone. Insieme con un quadro in chiaroscuro, utile per comprendere i nuovi equilibri che si vanno delineando tra diversi settori e comparti dell´economia piemontese, il rapporto di Unioncamere pare quindi suggerire un mutamento non privo di significato nella valutazione da parte padronale del lavoro precario. Se son rose, lo diranno le cifre sulla tipologia delle assunzioni in Piemonte, in particolare dei giovani, nei prossimi mesi.

Luciano Gallino

 
 
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