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12.03.2004 - È la città a fare l’Europa
L'UNIONE europea si può definire a pieno titolo un sub continente urbano: quattro quinti della sua popolazione vive nelle città ed è quindi nelle città che vanno trovati i motori del cambiamento e di un futuro di sviluppo dell'Europa che abbia nella conoscenza il suo asse principale.

Riprendendo le parole di Robert Goodman in The Last Entrepreneurs: America's Regional Wars for Jobs and Dollars (1979), le città possono diventare il «nuovo imprenditore», nel senso che, pur possedendo meno poteri e mezzi dei governi nazionali, hanno la flessibilità necessaria a consentire gli opportuni adattamenti a condizioni (dei mercati, della tecnologia e della cultura) in continuo mutamento. Esse hanno infatti la dimensione e le caratteristiche potenziali per offrire risposte capaci di generare progetti di sviluppo con obiettivi concreti, come per negoziare con le imprese multinazionali, per incentivare la crescita della piccola e media impresa endogena e, più in generale, per creare le condizioni che attraggono nuove forme di ricchezza, di potere e di prestigio. Il contesto urbano è dunque oggi un terreno adeguato per una compiuta applicazione della nozione di sussidiarietà, se si riesce ad attribuire alle aree metropolitane un ruolo centrale nel supporto alla propria trasformazione. Per farlo dobbiamo però compiere quelle scelte che consentono di reinventer la ville: con uno slogan, potremmo dire che dobbiamo riuscire ad aiutare le città ad aiutare sé stesse. E' un impegno forte, che può trovare adempimento solo se viene soddisfatta la condizione di un coinvolgimento diretto ed esteso dell'intera società locale, in tutte le sue espressioni istituzionali e non, pubbliche, private e del terzo settore.

Se ci muoviamo in questa ottica, potremo utilizzare al meglio tutte le potenzialità offerte dalla città. La città, come contenitore di reti di relazioni e come dimensione idonea di governo, può infatti essere il luogo par excellence in cui si possono strutturare ed alimentare i processi di creazione, trasmissione e consumo della conoscenza. In questa prospettiva il contesto urbano è il quadro più appropriato per sviluppare l'attivazione di processi formali ed informali di interazione tra i diversi soggetti che - a vario titolo e con ruoli e funzioni differenziati - possono concorrere a innescare e trasmettere la conoscenza ed a trasformarla così in asset fondamentale cui basare lo sviluppo economico e sociale di un territorio. Ovviamente la agglomerazione non è sufficiente per se a sostenere processi di sviluppo fondati sulla conoscenza, se non si riesce ad aggiungere ad essa l'attivazione dei processi sopra richiamati: se l'innesco di queste interazioni si realizza, allora la prossimità geografica può dare luogo ad una innovazione basata sulla condivisione di norme comuni, regole formali ed istituzioni a supporto di processi collettivi di produzione, distribuzione ed apprendimento della conoscenza e di incentivazione dei flussi relazionali tra i diversi attori del contesto metropolitano, contribuendo in questo modo ad accrescere il livello di competitività del sistema locale.

Ma un processo di questo genere non si realizza se non si riescono a utilizzare appieno tutte le energie sociali e creative presenti nel territorio: non si può pensare di lasciare l'innovazione libera di generare nuove forme di esclusione, perché i suoi costi di medio e lungo periodo finirebbero per ricadere sul successo stesso del processo innovativo. Del resto, solo dando voce e sostegno a quella parte della società che si esprime attraverso un impegno diretto e cooperativo nel campo della solidarietà e dell'inclusione sociale è possibile ridurre quella fragilità che, secondo molti studiosi, è uno dei tratti emergenti della società post-fordista. Non bisogna dimenticare che l'obiettivo principale di un processo di crescita della città knowledge-based è quello di assicurare a tutti i cittadini un miglior livello della qualità della vita, come del resto è esplicitamente indicato dalla strategia di Lisbona. Dobbiamo dunque riuscire a coniugare la capacità di promozione e sostegno dell'innovazione produttiva con l'impegno per la coesione sociale, consapevoli che questo non è soltanto un fondamentale imperativo morale, ma anche una scelta opportuna per lo stesso destino di un'economia informazionale. La tecnologia è importante, ma da sola è insufficiente a garantire processi di sviluppo di lungo periodo. Essa deve essere complementata ed alimentata da altri fattori quali cultura, qualità e tenuta (cioè coesione) dell'ambiente, che solo la città, come attore collettivo e contenitore istituzionale, è in grado potenzialmente di offrire.

E' questa la direzione che intende assumere la città di Torino, con l'avvio di un articolato insieme di iniziative tra cui primeggia il progetto di creazione di un distretto centrato sulle nuove applicazioni dell'ICT nel campo delle tecnologie wireless che, per dimensione di investimento finanziario e caratteristiche degli attori coinvolti, rappresenta al momento un area d'intervento particolarmente significativa e strategica per Torino e per la nazione nel suo complesso.

Sul questi temi il professor Zich, vice presidente di Torino Internazionale, ha svolto un ampio intervento ieri al meeting fra le grandi città europee (Lione, Bilbao, Manchester e Vilnius, oltre a Torino) organizzato nell’ambito del Mipim di Cannes (Mercato internazionale della proprietà immobiliare), con la partecipazione anche di Sergio Chiamparino, sindaco di Torino, il quale ha parlato in particolare delle attività di «rigenerazione urbana» che sono legate alle Olimpiadi del 2006.

Rodolfo Zich

 
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