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17.03.2004 - La forza delle città? È la foga dei cervelli
LE città sono i «nuovi imprenditori» dell'Europa - scrive Rodolfo Zich sulla Stampa (12 Marzo). Siamo d'accordo. Sorge però spontanea una domanda: oggi, in una società post-industriale, quali sono i fattori che governano il successo o il decadimento di un'area urbana? Si tratta di un tema scottante negli Stati Uniti dove, all'interno del medesimo contesto economico, si trovano fianco a fianco città in piena espansione, negli ultimi anni al centro di veri e propri rinascimenti urbani, e città in grave ed inesorabile declino. Tra le prime: Seattle, Boston, Atlanta. Tra le seconde: Detroit o Cleveland. Com'è possibile? La risposta, secondo una parte consistente degli studiosi, si può riassumere in due parole: brain gain e brain drain. Le «brain gain cities» sono quelle che riescono ad attrarre cervelli, giovani laureati brillanti e di talento capaci di diventare imprenditori di sé stessi. Le «brain drain cities», al contrario, sono quelle da cui questi giovani fuggono, impoverendone il tessuto sociale e inibendone le capacità di sviluppo. Le differenze tra questi due tipi di città tendono spontaneamente ad accentuarsi: le prime fanno da assi pigliatutto, visto che la presenza una popolazione giovane e brillante le rende di per sé appetibili e «di tendenza», creando circoli virtuosi che si autoalimentano.

L'ipotesi di partenza è che, ai fini della crescita economica, le produzioni industriali di beni tradizionali - quelle che hanno fatto il successo dell'Italia del dopoguerra - contino sempre di meno, visto che possono essere realizzate a costo minimo da un robot o, in alternativa, da un operaio cinese. E che pertanto la creazione di ricchezza risieda ormai soprattutto nella capacità di reinventare i processi produttivi e stimolare l'innovazione. E' necessario quindi creare le condizioni favorevoli per attirare giovani di talento capaci di produrre nuove idee. O, in altri termini, per far crescere quella che Richard Florida, professore alla Carnegie Mellon University di Pittsburgh, ha definito La classe creativa (Mondadori, 2003). Per certi versi sembra quasi un revival dell'utopia situazionista degli anni cinquanta, in cui un homo ludens, affrancato dal lavoro fisico grazie all'automazione totale dei cicli produttivi, poteva concentrarsi sui processi dell'arte e dell'ideazione. La vulgata situazionista, però, aveva portato a intendere l'attività creativa quasi come un esercizio da terrazza romana, senza mettere in conto il fatto che il lavoro intellettuale serio ha bisogno di un ambiente di lavoro competitivo e ben definito e può essere spossante quanto, se non più, di quello fisico.

I nuovi centri globali di elaborazione delle idee, motori della crescita economica, sembrano essere oggi distretti superefficienti, al lavoro senza interruzioni. Tra i modelli del recente passato si possono ricordare la Silicon Valley californiana o la Route 128 del Massachusetts. Mentre, guardando in avanti, si scorgono in diverse parti del mondo i primi segni di quella che potrebbe essere la prossima generazione di ideapoli. Singapore sta lanciando in questi mesi la nuova città satellite One North (così chiamata perché un grado a nord dell'equatore), progettata dall'architetto decostruttivista londinese Zaha Hadid, come un magnete per far incontrare «una massa critica di talenti, imprenditori, scienziati e ricercatori».

Le ragioni del progetto sono state sintetizzate di recente dal primo ministro Goh Chok Tong: «Oggi la ricchezza si produce generando nuove idee, più che lavorando su idee altrui». La prima fase di One North, che consiste in un centro di ricerca nelle biotecnologie (denominato Biopolis) e in un complesso dedicato alle arti, è già in funzione. Mentre è in costruzione il nuovo distretto Fusionpolis: un complesso di grattacieli con uffici, residenze, laboratori di ricerca, giardini pensili e spazi pubblici che dovrebbero fungere da catalizzatori per lo scambio di idee e conoscenza. Sulla stessa lunghezza d'onda anche il progetto del Mediapôle de la Roubine, portato avanti dalla città di Cannes in collaborazione col Massachusetts Institute of Technology di Boston, utilizzando le nuove tecnologie dell'informazione per modificare la struttura urbana e renderla competitiva nell'attrarre la «nuova classe creativa».

In questo contesto, come si posizionano le città italiane? Da un lato i loro punti forti tradizionali, come la bellezza dei centri storici, l'elevata qualità della vita, la piacevolezza del clima e le loro ricchezze enogastronomiche ne potrebbero fare degli attori di primo piano nella corsa globale al brain gain. Ma dall'altro esse scontano i problemi del Paese: la scarsa cultura del rischio imprenditoriale (sostituita dalla più comoda e anacronistica ricerca del posto fisso, anche in ambito universitario), la chiusura verso la diversità, una gerontocrazia paralizzante, scarsi investimenti in ricerca e innovazione e il problema endemico dell'emigrazione intellettuale (la cosiddetta «fuga dei cervelli»). Che cosa prevarrà? La sfida è ancora aperta. Ma è in base a questi parametri che le nostre città, e il Paese nel suo complesso, si giocheranno nei prossimi anni il loro piazzamento nella mutevole geografia della globalizzazione.

Carlo Ratti, Mit Boston

 
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