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Torino - 1 giugno 2004
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26.03.2004 - Torino. Le idee oltre l'ostacolo
Tanti saluti da Torino, una metropoli che non ci sta a essere messa nell’angolo. E se spuntano strane alleanze, come quella fra Roma e Milano, risponde con uno scatto d’orgoglio. E’ la cartolina che la città rispedisce a Veltroni e Albertini. Per la gioia del sindaco Chiamparino, che ieri ha ribadito: «Non credo che i miei colleghi abbiano pensato di allearsi a discapito di Torino. Ma preferirei guardare oltre, cioè ai pericoli concreti che possono venire da una spartizione politico-economica che lascia vari problemi aperti. Un esempio: il futuro della Rai. Non dico che l’asse Milano-Roma ci danneggi, ma va finalizzato in modo da essere vantaggioso per tutti».

Una vecchia storia che torna d’attualità. Secondo il presidente del Toroc, Valentino Castellani, «un Paese per avere un futuro sullo scacchiere internazionale deve puntare sulla capitale reticolare. Solo mettendo a sistema le risorse di ciascuna metropoli si può vincere. Il duopolio è frutto di una cultura vecchia». Anche per Marco Boglione, presidente di Film Commission, la parola d’ordine non può essere «alleanza»: «Per affermarsi bisogna puntare sulla competizione. Torino ha i numeri per vincere: la concorrenza crea sviluppo». Un altro ex-sindaco, Giovanna Cattaneo, oggi presidente della Galleria d’Arte Moderna, scende nel concreto: «L’unico modo per non farci tagliare fuori è sviluppare i trasporti. Se accorciamo le distanze fra Roma e Torino la nostra città diventerà più competitiva. E’ la battaglia decisiva, insieme a quella dei centri fieristici. Quando organizziamo una grande mostra la gente arriva qui anche da Milano». L’attrice Luciana Littizzetto la butta sul comico, non risparmiando al duo Albertini-Veltroni un’ironica scoppola: «Vogliono tagliarci fuori solo perchè la nostra città è al di sotto del milione di abitanti? Se è per questo posso chiamare tutti i miei parenti da Bosconero per vedere se arriviamo al numero...». Tornando seri, anche Paolo Rota, direttore del Toroc, insiste come Castellani sul concetto di “rete”: «Mi pare riduttivo considerare l’unione fra due città una forza. Il futuro sta nella capacità di creare legami tra città complementari nelle loro diversità». Per Ernesto Olivero, fondatore del Sermig: «Torino è una città che esprime da sempre valori importantissimi. Per questo il presunto asse Milano-Roma non deve spaventare. La città, con la sua caratteristiche di operosa modestia, sa trovare le risorse che cerca nella sua storia, in questo dono specifico: un grande dono, che tutti ci invidiano».

Lo storico Giovanni De Luna si dice stanco di questo ping-pong, dell’altalena ottimismo-pessimismo: «Perché si oscilla dall’ottimismo stupido al pessimismo sfrenato, e non ha molto senso. Mi rifiuto di pensare che il pianto sia la cifra che identifica la città, così come mi stupiscono alcune dichiarazioni iper ottimistiche del sindaco. Nel caso specifico: vogliamo parlare del ruolo della Rai a Torino? Bene. C’è una proposta, misuriamoci su quella. Vorrei più concretezza». Per Andrea Pininfarina, presidente Unione Industriale e Confindustria Piemonte: «Rispetto alle difficoltà esistenti a livello internazionale, come il terrorismo, o nazionale, come l'improvvisa crisi nel reperimento delle materie prime, queste sembrano beghe da cortile. Che Roma e Milano facciano un asse cosa vuol dire? Ha ragione il sindaco ad averli rimbrottati».

«Il problema di Torino è la sua eccentricità», osserva Giuseppe Berta, economista all’università milanese Bocconi e decano del pendolarismo. «Questo suo essere fuori centro. Come riguadagnarlo? Potenziando le infrastrutture ed ingrandendo la mappa delle relazioni: i torinesi hanno mezzi ridotti, è vero. Ma viaggiano anche troppo poco». Visto dall’Associazione Commercianti, il nodo è la pubblicità. Il presidente Giuseppe De Maria: «La competizione con Milano non ha senso. Torino deve vendere bene quel che ha: qualità della vita, prezzi accessibili, ambiente sano dove far crescere i figli».

«E’ ora di alzare la testa». Lui, Younis Tawfik, lo scrittore iracheno emigrato nel ‘79 lo ripete da dieci anni: «I torinesi sono troppo buoni, per questo hanno permesso che altri portassero via le invenzioni locali come il cinema e la tivù. E dire che la città è all’avanguardia nell’arte, nel sociale, nell’intercultura». In qualche modo Torino è fatta, restano da fare i torinesi. La sociologa Chiara Saraceno sostiene che «l’amministrazione ha cominciato a lavorare ad un sistema che tiri fuori la città dal modello autoreferenziale del passato, ma non è cosa che s’inventa in un giorno. Le risorse innovative ci sono, ora gli abitanti devono imparare a ragionare in termini di rete». Adriano Marconetto ha fondato Vitaminic a Torino ma è stato costretto a trasferire l’azienda a Milano per inserirla in una realtà industriale. Alla sua città natale però ha regalato Pianeta, un centro d’infrastrutture per l’idrogeno nell’Environment Park. Ecco cosa pensa del derby con Milano: «Torino ha un eccellente sistema di ricerca che ruota intorno al Politecnico. Finora la città non è stata in grado di ancorare le aziende più innovative al territorio. La scommessa è creare strutture così radicate che nessuno possa portarle via». Anche perché a Torino le qualità umane non mancano. Parola di Maria Elena Andreotti, responsabile dell’Unicri, l’istituto delle Nazioni Unite per la ricerca sul crimine e la giustizia: «Il fermento culturale fa sì che gli stranieri s’ambientino più facilmente qui che in altre capitali europee sedi di agenzie Onu. Certo, Caselle latita, ma lavorandoci un po’ sopra...»

Emanuela Minucci; Francesca Paci

 
 
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