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26.03.2004 - Metropoli: futuro sotto assedio
La città moderna, la metropoli del duemila, come luogo dove si sperimenta il futuro, dove si misura lo sviluppo. Luogo simbolico che inghiotte e rivomita difficoltà economiche, paure sociali, fragilità politiche, della società occidentale. È l’immagine della città - comunque si chiami, New York o Londra, Barcellona o Torino - proposta dal sociologo di origine polacca Zygmunt Baumann, docente nelle università di Leeds e di Varsavia, intellettuale che ha esplorato i problemi che assillano la nostra epoca: sono sue espressioni come «modernità liquida» e «società dell'incertezza», talismani concettuali per forzare l'opacità del disordine planetario. Martedì Baumann aprirà a Milano un convegno dedicato al tema «La fiducia e la paura nella città», parlando in particolare di «Vivere con gli stranieri», e venerdì 2 sarà a Torino, con Arnaldo Bagnasco, per la serie di incontri «Pensare il cambiamento», sulle trasformazioni che investono le aree urbane, a cominciare da quella del capoluogo piemontese.

Professor Baumann, in sintesi che cosa sono le città contemporanee, almeno nella socità occidentale?
«Le grandi città sono diventate terreno di discarica di problemi prodotti a livello globale. In particolare sono diventate campi di battaglia dove oggi si scontrano i valori della sicurezza e quelli della libertà, l’amore per il rinnovamento e la fobia dei cambiamenti, l’amore per il melting-pot e la fobia delle mescolanze, i processi di segregazione e quelli di integrazione. Tutto ciò ne fa dei veri laboratori locali, dove vengono sperimentate e testate le capacità di convivere, su un pianeta globalizzato, con le differenze e con gli stranieri. Per cui le grandi città sono come scuole dove queste arti s’imparano».

Il suo ultimo libro s’intitola «Società sotto assedio» (pubblicato da Laterza lo scorso novembre): come mai, professore, questo lessico militaresco? In che senso la società è adesso «sotto assedio»?
«Mi riferivo all'indistinta sensazione di minaccia alle forme di aggregazione umana che eravamo abituati a considerare “naturali". Penso alla forma di aggregazione che è emersa, in epoca moderna, con lo stato-nazione, nuovo luogo d'incontro e nuova sintesi fra "pubblico" e "privato", e che è stata descritta metaforicamente con la parola "società" - intendendo per "società" la compagnia, la collaborazione, la solidarietà, la condivisione di interessi comuni e di un comune destino. Questo legame storico si sta indebolendo, e forse sta scomparendo, da due punti di vista. Il potere sta "evaporando" verso l'alto, dallo stato-nazione verso uno "spazio globale" politicamente non controllato. E la politica sta sgocciolando verso il basso nell'ambito della "politica della vita", attraverso la quale singoli uomini e singole donne si sforzano di trovare soluzioni individuali a problemi sociali. Da un lato il potere senza politica, dall'altro la politica senza potere… E se guardiamo a questi processi gemelli da un altro punto di vista, fanno pensare appunto a un assedio».

La metafora dell'assedio è molto efficace, ma non potrebbe esserci anche qualche aspetto positivo? Per esempio, il pericolo globale non ci costringe a capire che i nostri valori, i nostro obiettivi e i nostri stili di vita non sono unici al mondo, e che deve sorgere una «responsabilità globale»?
«Suppongo che il "noi" al quale la domanda fa riferimento indichi gli abitanti della parte ricca del pianeta. In questo senso, "noi" apparteniamo a quei paesi che per primi hanno adottato la forma di vita moderna: una vita, cioè, che consiste in una "modernizzazione" continua, inarrestabile, infinita, ossessiva e coattiva. Questo modo di vivere ha molti vantaggi, ma produce immensi sprechi: sedimenta una gran quantità di "immondizia umana", persone ridondanti, "in eccesso", che cadono fuori dalla veloce navicella del progresso, oppure ne vengono scaraventati via in quanto inutile zavorra che ne rallenta l'accelerazione".

Esiste uno «smaltimento rifiuti» o un riciclaggio, per quella che lei chiama «immondizia umana»?
«Fino a poco tempo fa, "noi" ci sbarazzavamo dei rifiuti umani trasportandoli in terre lontane, non ancora moderne, "primitive" e "arretrate", come le due Americhe, l'Australia, la Nuova Zelanda e ampie zone dell'Aia e dell'Africa. Quest'epoca spensierata è finita. La modernità ha vinto, su scala globale, chiunque sia sollecitato o assistito dalle agenzie della modernizzazione, come il Fondo monetario internazionale o la World Bank, si sta modernizzando o sta subendo la modernizzazione, e le persone "ridondanti" vengono scaricate in quantità sempre maggiori ai quattro angoli del pianeta. Solo che non ci sono più "terre vuote" dove possano andare. I "rifiuti umani" delle terre appena modernizzate bussano stavolta alle "nostre" porte. È per questo che "noi" ci sentiamo tutti sotto assedio, è per questo che molti di "noi" applaudono Oriana Fallaci quando ci invita a cacciare a calci i selvaggi e sprangare le porte, mentre sono ancora più numerosi quelli di "noi" che danno il voto a quelli tra i politici che promettono limiti all'immigrazione e durezza verso chi cerca asilo, anche se non promettono nient'altro».
Un mondo interconnesso rende meno efficace l'azione politica individuale, o al contrario la globalizzazione potrebbe favorire il dialogo e l'impegno politico?
«È, di nuovo, la stessa storia: esistono due opzioni, una (costruire muri e chiudere gli ingressi) apparentemente semplice, ma miope e rudimentale; l'altra promette una vita più friendly, più umana e sicura, però è difficile e richiede molta introspezione e molto sacrificio di sé. In realtà i nostri interessi di sopravvivenza e i nostri precetti etici puntano (per la prima volta nella storia!) nella stessa direzione e impongono le stesse azioni. O nuotiamo tutti insieme, o affondiamo tutti insieme».

Ma il XX secolo è davvero finito? Se no, come faremo ad accorgercene?
«È troppo presto per dirlo. Finora, gli anni dopo la caduta del muro di Berlino sono stati notevoli per la rapidità con cui sono cambiati i problemi e i conflitti: un mondo davvero "liquido", a paragone con l'inerzia, l'immobilismo dei grandi blocchi e delle trincee contrapposte. Ma quale fra gli slittamenti, le sterzate, le regressioni e le inversioni di rotta prevarrà, acquisendo il ruolo di punto di svolta? Come avvertiva Hegel, la civetta di Minerva si alza in volo alla fine della giornata. Ma la civetta, almeno, sapeva che la giornata sarebbe finita… Noi non sappiamo neppure su quale dei tanti soli che affollano i cieli misurare le albe e i tramonti. Kafka diceva che il Messia arriva sempre il giorno dopo il suo arrivo. È lo stesso per la fine delle ère, e dei secoli. Continueremo a porci la stessa domanda, non potremo fare altrimenti, ma con il passare del tempo cambieremo le risposte».

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