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22.04.2004 - Ricette per frenare il declino
Varare politiche capaci di contrastare il declino industriale del Torinese. Un percorso difficile, «un problema di tutti che insieme alle parte sociali siamo chiamati ad affrontare», sottolinea l´assessore alle Attività Produttivedella Provincia Antonio Buzzigoli. A Torino Incontra, durante il seminario "Politica per l´industria e sviluppo del territorio", sindacati, studiosi, rappresentanti delle imprese e delle istituzioni locali hanno cercato di dare alcune risposte partendo da un punto comune. Senza una negoziazione fra le parti non si riesce a rilanciare il sistema. «S´impone l´esigenza di un partenariato tra attori pubblici e privati per una politica efficace» , ribadisce Buzzigoli.

Un problema urgente: «Il Piemonte è in testa alla mappa nazionale delle aree in crisi ? dice Silvano Scaiola, direttore ufficio studi della Cisl di Roma ? ed è necessaria una guida politica per salvare il salvabile» . Ma c´è anche chi non drammatizza, come Mauro Zangola, direttore del centro studi dell´Unione Industriale di Torino. «Non sarebbe corretto negare le difficoltà, ma non siamo di fronte ad una disfatta. Si tratta di una delle cicliche crisi. Il problema è che mancano le risorse pubbliche, che bisogna mettere insieme le parti sociali e indirizzare i soldi verso interventi qualificati».

Strada corretta anche per Tom Dealessandri, assessore al lavoro del Comune, preoccupato dalla erosione industriale di tutto il Piemonte, dei dati sulla competitività «che indicano uno sfacelo». Ma la concertazione locale non basta: «Oggi noi possiamo decidere di investire sullo spazio, ma se non lo fa l´Asi e il governo, il nostro intervento sarà insufficiente». Anche per il sindacato, rappresentato da Giorgio Rossetto, numero uno della Uil regionale, e Vincenzo Scudiere, segretario piemontese della Cgil, il "grande assente" è proprio il governo: «Una situazione che produce effetti ancora più negativi per il nostro territorio. La politica senza regole è fallita: mettiamo insieme le forze e facciamo sentire la nostra voce, dando al pubblico un ruolo centrale. Non si può fare una seria agenda di rilancio industriale senza inserire al primo punto la Fiat».

Grande impresa in primo piano, quindi. Un concetto che fa storcere il naso al Aldo Bonomi, sociologo, presidente del Consorzio Aaster di Milano. «Io credo che ci sia una via d´uscita all´interno del nostro modello capitalista di territorio. Inutile scimmiottare o prendere ad esempio altri Paesi. In Italia sta venendo fuori un sistema di medie aziende, robuste, capaci di reggere il sistema. In Piemonte ci sono molti esempi, come Pininfarina, Ferrero e Miroglio. Aziende che muovono e che fanno crescere la filiera, che riescono ad essere globali senza lasciare l´area».

Un concetto corretto per Paolo Alberti, segretario della Cna provinciale, che sottolinea «come purtroppo non ci sia mai stata una politica industriale, ma semplicemente aiuti indiscriminati alle imprese. Sarebbe meglio indirizzare i soldi sulle aziende che creano sistema, che si consorziano». E poi un rammarico: «Si discute su come trovare posizioni comuni, ma non credo sia facile. Abbiamo visto come è finito il progetto Torino Automotive, fallito non solo per Fiat, ma anche per quelle imprese medie, come Pininfarina, che non vedevano una convenienza diretta».

Diego Longhin

 
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