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21.04.2004 - Come natura crea Penone trasforma
NELLO storico giardino delle Tuileries l'opera di Giuseppe Penone, L’Arbre des Voyelles, installata nel 2000 in un viale laterale, è quella più recente e integrata con l'ambiente. È un grande albero sradicato e posato al suolo: un calco fuso in bronzo che tutti a prima vista pensano sia una vera pianta: una forma vegetale che pare fossilizzata e però ritrova in un certo senso la linfa vitale, dato che cinque rami sono in contatto con altrettanti alberelli di varie specie i quali, crescendo, la fanno «rinascere». In diretta corrispondenza con questo lavoro monumentale, troviamo ora collocato all'entrata del Centre Pompidou un altro gigantesco tronco, ma questa volta vero, e cioè un cedro secolare di Versailles abbattuto da una violenta tempesta, che l'artista ha scavato in parte per mostrare all'interno come era l'albero in gioventù, secondo il procedimento di «svelamento» utilizzato per realizzare le sue più note sculture. Il Cèdre de Versailles è lo spettacolare punto di partenza della grande «Exposition retrospective 1968-2004» che il museo dedica a Penone, da oggi al 23 agosto. La rassegna, curata da Catherine Grenier, propone più di 80 opere che, attraverso un percorso ben scandito in una decina di sale, documentano al meglio la ricerca dell'artista piemontese, dagli anni della sua partecipazione al gruppo dell'Arte Povera fino agli ultimi sviluppi.

La natura è, per Penone, il punto di riferimento centrale della sua ispirazione, la miniera dei materiali primari. Per lui è proprio dalla presa di coscienza dello scarto radicale fra la cultura contadina e quella urbana industriale che nasce la possibilità di ritornare a vedere con occhio nuovo il senso profondo e le straordinarie potenzialità estetiche del mondo naturale con le sue energie e forze di crescita e di erosione, dallo sviluppo vegetale alla forza dell'acqua, del vento e della terra.

L'artista comincia la sua ricerca nel 1968. Intreccia tre alberelli in modo tale che crescendo formino un'unica struttura vegetale. Conficca dentro un fusto un cuneo di ferro con i numeri da 1 a 10 o un alfabeto. Così, con la crescita, l'albero porterà dentro di sé questi segni del linguaggio umano. Incastra sempre dentro un tronco un calco metallico della propria mano nell'atto di afferrare qualcosa. Il tronco continuerà a crescere tranne in quel punto, dove il gesto della mano, sempre visibile, verrà progressivamente assorbito. Fa beccare dagli uccelli un grande pane dentro al quale sono state introdotte alcune lettere dell'alfabeto in ferro: sono gli uccelli con la loro azione a far apparire gli elementi della scrittura. Già in questi lavori, presentati all'inizio, viene definito un fatto fondamentale, vale a dire che il vero autore delle opere non è tanto l'artista quanto l'energia vegetale o animale che reagisce all'intervento umano. L'azione formativa del linguaggio plastico scultoreo viene qui identificata con l'azione naturale: arte e natura sono riportati a un solo comune denominatore. L'uomo-artista diventa la coscienza estetica dei processi naturali, limitandosi a creare le condizioni perché un determinato fenomeno sia percepito come fenomeno artistico. I lavori più significativi di questa prima fase, e cioè le travi scavate per ritrovare all'interno la forma originale dell'albero, sono messi in scena in una articolata installazione intitolata Ripetere il bosco, in cui l'immagine del bosco viene recuperata a partire dall'inversione del processo di trasformazione umana del legno.

Nelle tre sale seguenti troviamo varie opere basate sulla tecnica dell'impronta e del calco, in cui l'artista, come corpo fisico, entra in rapporto diretto con elementi dello spazio esterno. Nelle Patate (1977) e nelle Zucche (1978-79) vediamo un certo numero di questi ortaggi, che hanno preso l'aspetto di un orecchio, della bocca, del volto dell'artista, essendo state fatte crescere dentro matrici calcate su queste parti del corpo dell'artista. Per trasformarle in sculture queste forme stravaganti dei vegetali sono state fuse in bronzo. In altri lavori, l'intezione di Penone è quella di visualizzare la soglia fra la superficie del proprio corpo e lo spazio reale. È il caso per esempio della serie di calchi in gesso di parti del corpo, come il torace o il piede, su cui viene proiettata (con una diapositiva) la foto a colori della stessa parte del corpo, con perfetta coincidenza, in modo da rivitalizzare virtualmente il freddo e bianco corpo di gesso.

Al centro della mostra troviamo una vera e propria installazione ambientale, Respirare l’ombra (2000), una stanza intera le cui pareti sono ricoperte da uno spesso strato di foglie di alloro fissate dentro reti metalliche: si tratta di una sorta di cripta naturale, immersa in una penombra profumata, dove al centro del muro più ampio c'è il calco di bronzo dorato di due polmoni. L'effetto complessivo è di straordinaria suggestione con valenze allo stesso tempo classiche e mitiche, e surreali. In qualche modo connesse a questa dimensione estetica di ispirazione mitologica sono anche le sculture intitolate Pelle di foglie (2000) dove moltissime foglie (fuse in bronzo) unite insieme costituiscono la «pelle» di una forma umana, completamente vuota dentro. Tra gli altri grandi lavori in mostra ci sono quelli realizzati con grandi «unghie» in vetro, e le sequenze di tele ricoperte di spine di acacia accostate a lastre di marmo scavate in modo da far emergere la microgeografia delle venature interne. Conclude coerentemente il percorso espositivo Pelle di cedro (2003), che non è altro se non il calco della corteccia del cedro di Versailles realizzato con una grande striscia di vera pelle conciata di vacca.

Francesco Poli

 
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