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09.05.2004 - «Torino troppo timida con le sue Olimpiadi»
Torino e il suo futuro; forse in nessuna altra città al mondo tanto si discute - e da così tanto tempo - su che cosa accadrà domani. E anche questo, forse, è un segno di un qualche problema o di una qualche incertezza sociale di prospettiva. Ora il sempre nutrito rapporto annuale promosso da Eau Vive e dal Comitato Giorgio Rota e realizzato con il contributo della Compagnia San Paolo mette nuova legna nel mai sopito dibattito. In 266 pagine fotografa limiti e opportunità, ritardi e successi di una città che il suo domani - secondo i ricercatori Silvia Crivello, Luca Davico, Luisa Debernardi, Anna Maria Gonella, Elisa Rosso - se lo giocherà ancora in gran parte intorno alla ripresa della produzione industriale, alla sua capacità di diversificazione, alla crescita e integrazione dei settori avanzati dell’Ict.

Nel breve ed efficace filmato che correda il rapporto c’è una frase emblematica: «Il tempo è una risorsa cruciale per recuperare il ritardo accumulato agli inizi degli Anni Ottanta quando si iniziò la deindustrializzazione. Solo alla svolta del millennio Torino ha ricomiciato a correre». E buona parte della corsa è stata sospinta - funzionando anche da ammortizzatore di una nuova crisi dell’industria - dalle Olimpiadi del 2006 che hanno portato a Torino e nella sua area milioni di euro di investimenti che si sono sommati a quelli per le grandi opere. Ma adesso, secondo Luca Davico, «le Olimpiadi devono smettere di essere viste e trattate come se fossero i giochi della gioventù del Piemonte». La provocazione prosegue: «Dell’evento si parla per lo più nelle pagine locali dei quotidiani come se non si trattasse delle Olimpiadi delle neve italiane».

Ma sotto c’è una riflessione di carattere, si potrebbe dire, più strategico: «Che cosa accadrà dopo il 2006 quando finiranno le grandi opere? Come si userà l’eredità olimpica che avrà aperto a Torino una finestra sul mondo? Chi gestirà gli impianti? Dove andranno gli occupati? Non si può dire “ci penseremo dopo” perchè il dopo è quasi arrivato». Davico rileva che i ritardi nelle realizzazioni sono stati colmati e questo ha sicuramente assorbito molte energie opacizzando un poco il tema del dopo 2006.

Il rapporto - che analizza anche le non splendide performance del sistema economico - quest’anno, giunto alla sua quinta edizione, ha deciso di uscire dal coro che dipinge alcune eccellenze torinesi come elementi di attrattività. Ad esempio Università e Politecnico si rivelano «ben poco competitivi rispetto alle altre grandi città del Ventro Nord». Gli studenti provenienti da fuori regione sono il 20% al Poli e il 9 all’Università, ma sono il 12 nell’ateneo milanese e il 21 al Poli lombardo, il 49 a Bologna, il 15 a Genova, il 26 alla Sapienza di Roma. Gli studenti stranieri sono l’1,5% a Torino, il 3,3 a Bologna, il 2,3 a Firenze, il 2,1 a Roma, l’,19 a Genova, l’1,7 a Venezia.

Qualche problema c’è anche per la sanità dove «nuovi investimneti e sintomi di crisi si susseguono, partono nuovi progetti, ma si moltiplicano le difficoltà strutturali e di gestione del sistema». Il Piemonte è l’unica tra le grandi regioni del Centro-Nord a perdere più pazienti (che vanno a curarsi altrove) di quanti ne attragga da altre regioni. Davico spiega: «L’analisi di queste due realtà, spesso indicate come due eccellenze torinesi, serve a dimostare che a volte si va avanti per frasi fatte».

Ma il rapporto, ovviamente, non intende dare e non dà una immagine negativa della situazione del Piemonte. Non nasconde che è in corso una leggera ripresa della natalità e che soprattutto è migliorato il saldo migratorio, essenzialmente per l’arrivo di immigrati stranieri. E si tratta di «un’immigrazione sempre più normale, caratterizzata da ricongiungimenti, dalla crescente presenza di nuclei familiari, di persone inserite nel mercato del lavoro regolare, spesso in possesso di titoli di studio medio-alti, insediate in diverse parti della città».

Dal punto di vista economico, lo studio fa emergere che «le indicazioni degli ultimi quattro-cinque anni sono in parte contrastanti, ma nel complesso non esaltanti». La città ha risalito qualche posizione nella graduatoria per pil delle provincie italiane passando dal 21° posto del ‘99 al 15° del 2002, ma la produzione industriale, ad esempio, pur con cicliche oscillazioni presenta di recente andamenti complessivamente negativi. Anche i livelli occupazionali risultano stabili, con l’edilizia che compensa la crisi industriale mentre cresce la cassa integrazione.

Marina Cassi

 
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