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10.05.2004 - Un futuro chiamato industria
SE LA linea è quella del meglio poco che niente può anche andare bene. Ma se l´obiettivo è quello di uscire da una crisi, che non si chiama soltanto Fiat, allora è bene leggere e analizzare attentamente quanto sta scritto nell´ultimo rapporto annuale del Comitato Giorgio Rota e dell´associazione "Eau Vive". Dopodiché ci vuol poco per rendersi conto che la fotografia è quella di una città il cui quadro economico è dominato dai segnali che soltanto non proprio positivi. Un panorama di fronte al quale dire, come tende a fare qualcuno, che il declino industriale c´è ma è meno grave del previsto non significa niente o, nella più benevola delle interpretazioni, equivale alla giustificazione consolatoria di chi vive con la testa nascosta nella sabbia. Così come non ha senso, anzi appare contraddittoria, la lettura di chi vuol vedere l´andamento negativo dell´economia bilanciato da una tenuta della qualità della vita. Intanto non si capisce come si possa arrivare a questa conclusione parlando di una città "tra le più inquinate d´Italia e con un record per le polveri sottili". Ma il problema non riguarda soltanto l´aria che pure ha la sua importanza. Ci sono quattro o cinque indicatori che dovrebbero far riflettere.

Dal rapporto si desume, con tanto di dati, che l´andamento della produzione industriale è negativo, le sofferenze bancarie sono molto più alte della media nazionale, il sistema universitario non è così competitivo come si dice tant´è che attira pochi studenti, quello sanitario perde pazienti, il settore dell´Ict non compensa la perdita di peso dell´industria tradizionale. Ci sono poi una modesta crescita del turismo e un incremento dei visitatori dei musei, settori di nicchia che aiutano ma non risolvono. Mentre il famoso «effetto eccellenze» di cui si sente spesso parlare non sembra avere prodotto i risultati sperati: il che non significa che queste eccellenze non esistono ma che devono essere prese per quelle che sono e non per quello che si vorrebbe che fossero.

Detto questo va dato atto al sindaco Chiamparino di non aver mai sottovalutato il fenomeno del declino anche se lui ama definirlo diversamente. Ne parla e non da oggi e ha già provato ad adottare misure che dovrebbero consentire il difficile passaggio attraverso la strettoia della crisi senza danni irreparabili e nella prospettiva di uno sviluppo per vie nuove dell´economia. Per riconoscendo che il processo richiede tempi non brevi, se i risultati non si cominciano a vedere o sono troppo lenti allora vuol dire che è necessario qualche aggiustamento. Si potrebbe cominciare a farlo partendo proprio dal rapporto Rota. A proposito del quale si dice dia ragione all´assessore al Bilancio, Paolo Peveraro, che in polemica con la sua collega alle Olimpiadi, Elda Tessore, appena qualche settimana fa ha rilanciato la vocazione manifatturiera di Torino in contrapposizione a quella ancora marginale del turismo.

E´ ragionevole pensare che nessuno si sia illuso di poter risolvere i problemi dello sviluppo di Torino con una manifestazione olimpica. Le Olimpiadi si sommano semmai ad altri interventi e accelerano il processo. Nulla di più. Ma se è vero che il motore principale resta l´industria manifatturiera si deve pur trovare il modo di tradurre nei fatti questa affermazione. Non basta enunciare semplicemente la tesi su questa vocazione di Torino che, dopotutto, alla luce della storia degli ultimi cento anni di questa città è come scoprire l´ombrello. Sarebbe auspicabile una mossa che vada oltre e sulla quale ci permettiamo un sommesso suggerimento. Mercoledì è in programma un incontro tra Fiat e sindacati sul futuro di Mirafiori. La riunione segue di ventiquattr´ore l´assemblea annuale degli azionisti Fiat e dunque si presume possa disporre di qualche elemento di discussione in più rispetto a un anno fa o anche sei mesi fa. Il destino di Mirafiori ci sta tutto dentro il dibattito sulla vocazione industriale della città. Ma non è solo un problema che possa esaurirsi nel dialogo tra azienda e sindacati. Potrebbe essere però una buona occasione per Peveraro e per quanti, come lui e non senza buone ragioni, sostengono la vocazione all´industria manifatturiera di Torino, per spiegare la posizione del Comune su questo argomento. Potrebbe essere un importante contributo alla discussione e risulterebbe anche una buona indicazione sul futuro di Torino. Che non è facile ma va affrontato. Come diceva il personaggio di un libro di Alejando Jodorowsky: «Non si può cambiare il mondo, ma si può cominciare a cambiarlo».

Salvatore Tropea

 
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