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18.07.2004 - Torino, tre "tutor" per un rilancio difficile
Sì, è vero, Torino ha riconquistato posizioni di prestigio nell´economia nazionale, grazie a uomini che da questa città vengono, come il neoministro dell´economia Domenico Siniscalco o il presidente di Mediobanca Gabriele Galateri. O che in questa città hanno costruito la loro fortuna professionale, come Luca di Montezemolo, presidente di Fiat e di Confindustria. Ma, per Valerio Castronovo, storico dell´industria e dell´economia e attento osservatore della realtà torinese, tutto questo non deve suscitare illusioni. Lo sviluppo della città, spiega, non è legato ai posti di potere che i suoi uomini ricoprono, ma dalla capacità dei suoi amministratori e imprenditori.

Professore, era da anni che Torino non aveva tanti suoi uomini in ruoli così importanti. Stanno tornando i tempi d´oro?
«Torino rispetto a ciò che ci si poteva aspettare qualche mese fa ha certo una posizione di maggior rilievo nel firmamento economico nazionale. Sia Siniscalco che Montezemolo, Galateri forse meno, ricoprono poi ruoli che sono a cavallo tra l´economia e la politica. Ma questo non deve ingenerare illusioni».

Perché?
«Perché non credo che Torino possa a questo punto vantarsi di concentrare i cosiddetti "poteri forti". Prima di tutto perché penso che nell´economia globalizzata i poteri forti non esistono più, almeno come li intendevamo un tempo: anche l´influenza che alcune città e alcune regioni più ricche e dinamiche hanno esercitato in passato sulla politica e sulla finanza oggi non ha più ragione di essere».

Ma quel trio di persone conoscono bene la nostra città e hanno buoni rapporti, anche personali, con gente come il sindaco Chiamparino e il presidente Ghigo, non potrà dare una mano ulteriore a Torino e al Piemonte?
«Farei attenzione: i rapporti personali contano fino ad un certo punto. Certo può essere utile che chi ha certi poteri conosca bene i problemi di questa città. Ma, per fare un esempio, non credo davvero che un uomo rigoroso come Siniscalco, con l´Unione Europea che ci chiede una manovra con tagli da 20 miliardi di euro, possa allargare ulteriormente i cordoni della borsa per le Olimpiadi solo perché è in rapporti di amicizia con Chiamparino e Ghigo».

Dunque lei non ritiene questa «triade» al potere, un fatto particolarmente positivo per Torino?
«Un aspetto sicuramente positivo c´è: è la conferma che questa città nonostante la crisi è ancora capace di produrre classe dirigente. Personaggi che hanno in comune tra loro la stessa cultura del fare e quell´etica della responsabilità che fa sì che si facciano carico di responsabilità importanti, nell´interesse generale del paese. Tutti tra l´altro, con un approccio ideale simile, direi liberal, e con l´obiettivo di integrare appieno l´Italia nel sistema internazionale, in Europa in particolare. È una tradizione della nostra regione che non è perduta, che continua nella politica, nell´economia come nella cultura. Ed è anche il segnale che il nostro sistema formativo è di livello europeo. Ma per verificare se Torino sta riguadagnando spazio nel paese è altrove che si deve guardare».

Dove?
«Bisogna vedere come si risolverà la crisi della Fiat, prima di tutto. Ci sono segnali positivi, ma siamo anche alla vigilia di una stagione di rinnovi contrattuali che potrebbero portare nuova conflittualità sociale. Nulla è scontato. Si deve vedere se il polo tecnologico dell´auto è in grado di svilupparsi, se le tante piccole e medie imprese, in particolare nel settore dell´informatica, sapranno radicarsi e crescere. E poi resta il problema del collegamento tra Torino e il resto d´Italia e d´Europa: è una città ancora periferica. Solo la Torino-Lione e l´alta velocità per Milano possono davvero aiutarci. Ma non ci devono essere ritardi».

Per le grandi opere però un concittadino ministro può servire, non pensa?
«Non credo, l´ho già detto. E poi Torino, grazie alle Olimpiadi e ad altri progetti negli ultimi anni ha già ricevuto ingenti finanziamenti pubblici. Denaro che altrimenti non avrebbe ottenuto. Non è pensabile possa sperarne di averne altrettanti in un prossimo futuro. Molte iniziative di cui la città ha bisogno, penso proprio alla linea di alta capacità verso Lione, dovranno essere finanziate, almeno in parte, con capitali privati. Bisognerà trovarli. È questa la sfida che gli amministratori di questa città e di questa regione, ma anche gli imprenditori, ad ogni livello, hanno davanti per i prossimi anni. Non sarà facile»

Quali difficoltà intravede?
«Torino ha acquistato più visibilità negli ultimi tempi. Ma non so se ha più peso specifico. Per avere i capitali bisogna avere le banche. E per quanto qui ci sia San Paolo Imi, che ha un ruolo di rilievo, il centro della finanza italiana è a Milano, con Unicredit e Banca Intesa. Anche Galateri in questo senso adesso è "milanese". E oggi i tempi in cui le banche ti davano denaro perché eri amico del ministro o del presidente di Confindustria sono per fortuna passati. Almeno spero».

Marco Trabucco

 
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