contatti english version Associazione Chiamparino.wav
 
Torino Internazionale  
 
 
 
Torino - 14 maggio 2006   english   help   contatti   mailing list
 
 
Piano Strategico 2
Tamtam
Editoria
Agenda
Rassegna Stampa
Piano Strategico 1
Piano Strategico 2
 
 
Home | Piano strategico 1 | Governo Metropolitano | Rassegna stampa
 
 
 
 
02.11.2004 - L'avanzata italiana del "city marketing"
Le città si comprano e si vendono, sul mercato globale. Come un qualsiasi altro prodono. È un fenomeno, quello del city marketing, che è cresciuto costantemente, come il numero degli abitanti delle città: dai 2,86 miliardi del 2000 diventeranno 4,98 miliardi nel 2030, secondo Un-Habitat. E più del 50% del Pil mondiale è realizzato da attività economiche urbane. Il futuro del mondo si gioca quindi nelle città, che dal canto loro fanno di tutto per essere attrattive e sottrarre quote alle concorrenti.

Ormai sono pochi i centri italiani, più o meno grandi, che non siano «Città della...» scienza, moda, letteratura, sede delle Olimpiadi, dell'Expò. O capitale europea della cultura come Genova che quest'anno ha culminato un decennio di trasformazioni. Oltre 1,7 milioni di persone hanno seguito 167 manifestazioni da inizio anno al settembre scorso. Un'indagine di Consav su incarico di Genova 2004 ha preso in esame sei manifestazioni con l'obiettivo di valutare le ricadute economiche. Venti milioni è l'indotto turistico a cui va aggiunto il totale degli incassi delie sei manifestazioni (1,6 milioni).

Ma più che gli effetti diretti gli esperti di marketing urbano calcolano altri fattori. Oltre al budget per gli eventi e la promozione (33 milioni), sono stati attivali 190 milioni di investimenti li per il miglioramento del sistema museale e del patrimonio architettonico e per innalzare la qualità dell'ambiente urbano. Un patrimonio che rimarrà a Genova e le consentirà di riproponi, di faisi riconoscere sul mercato delle città.

Nella trasformazione del capoluogo ligure ha avuto un ruolo essenziale il suo ripensamento urbanistico e architettonico, partito più di 12 anni fa con i progetti del genovese Renzo Piano, in occasione di un altro evento, le Colombiadi. Allora Piano era già un architetto affermato, ma erano poche le città capaci di ingaggiare un progettista d'alto livello. Da qualche anno invece non c'è citta italiana che non possa vantare una griffe dell'architettura. «Per oltre 20 anni la gestione della città non è stata rivolta alla bellezza — spiega Guido Martinetti, prorettore dell'Università Bicocca —. Piuttosto l'impegno era rivolto a controllare, gestire il disordine urbano creato negli anni 60. Ora la macchina della crescita si sta mettendo in moto».

Così una città come Milano si è trasformata in pochi anni in un cantiere di grandi opere. Che nei giorni scorsi si sono incamminate in un road-show europeo. Prima Parigi, poi Berlino e Londra, 18 progetti saranno in mostra. Dai grattacieli «futuristi» di Damd Libeskind, Arata Isozaki e Zana Hadid per il polo urbano della Fiera al nuovo quartiere Santa Giulia, firmato da Norman Poster. Investire nell'architettura, oltre a mettere in moto capitali e idee, rende la città più attrattiva dal punto di vista del consumo ludico-culturale.

«In Italia il fenomeno è in crescita da cinque anni — commenta l'architetto Antonio Citterio —. Sicuramente lo star System, che ha generato grandi firme, alimenta la modalità di sviluppo della città incentrata sull'architettura come destinazione» In una società che ha un gran bisogno di consumo visivo, «l'ambiente non è interessante se non è spettacolare». Negli ultimi anni il progetto architettonico di qualità è diventato l'elemento forte di trasformazione del territorio. «Ora però bisogna fare passi avanti — precisa —. Uscire dall'infanzia del gusto dell'architettura». L'infanzia che ama solo le griffe che parlano straniero. E poi non è solo un problema degli architetti: «Se si alza il livello immobiliare — aggiunge Citterio — devono migliorare le regole, le soluzioni al traffico, l'arredo, tutto un intero sistema», aggiunge Citterio.

Insomma. l'architettura può fare da apripista ma poi tutta una città deve mettersi in movimento. Altrimenti i grandi progetti rischiano di essere uno specchietto per le allodole. «Quando un'impresa fa marketing — spiega l'economista Lanfranco Senn — il prodotto deve averlo. Con le città noi invece spesso facciamo marketing senza aver agito sul prodotto stesso». Ma come si costruisce il "prodotto città'? «Oggi il miglior marketing urbano che si possa fare è lo sviluppo della città, nella direzione dell'attrattività. Se non si fa questo, il marketing è formale», risponde Senn, che insegna all'Università Bocconi. Per rendere le città più attrattive non c'è una ricetta unica, sottolinea l'economista, ma sicuramente ci sono strade da percorrere: attrarre investimenti di imprese e attività in settori con altissimo contenuto tecnologico: sviluppare un capitale umano fortemente avanzato attraverso una formazione orientata alla soluzione dei problemi; fecondare la formazione, le professionalità, le imprese italiane con esperienze di livello intemazionale. Ma gli sforzi delle singole città possono essere moltiplicati: «La mancanza di una politica urbana nazionale è il differenziale più grosso rispetto agli altri Paesi — aggiunge Senn —. In Italia non c'è la percezione che una politica di crescita passi attraverso lo sviluppo delle città. È importante attivare le risorse dal basso e far sì che ogni città si interroghi e si evolva ma sicuramente non può non esserci un'attività di coordinamento».

Fare marketing urbano è dunque un'attività da mettere in campo quando la trasformazione è in alto, quando il prodotto città si sta plasmando. «Una citta deve riuscire a ottimizzare le proprie caratteristiche per porsi al meglio sul mercato», spiega Giandomenìco Amendola, docente di Sociologia urbana all'Università di Firenze, che oltre a Milano cita il caso di Treviso e della sua rinascita intorno a grandi eventi d'arte. «Il marketing urbano cresce quando le città sono costrette a reinventarsi — aggiunge —. In Italia una spinta e giunta dalla deindustrializzazione. La città non si identifica come prima con la sua impresa, che spesso viene delocalizzata fisicamente, per cui deve cercare altre risorse per attrarre capitali, persone e imprese».

Il caso da manuale è quello ormai storico di Torino che, finita la monocultura dell'auto, ha trovato altre vocazioni. E dove grandi eventi e architettura fanno parte dì una visione di città che ha trovato un punto di forza nella pianificazione strategica — il modello È Barcellona — che sta entrando in una fase matura; proprio in questi giorni si sta lanciando il secondo piano strategico esteso a tutta l'area metropolitana (38 Comuni) e incentrato su un'integrazione di progetti. Tutta la città in questi anni ha lavorato al cambiamento e Torino ha saputo innescare un circolo virtuoso che attira eventi e investimenti.

«Per fare il salto di qualità ed evitare un ingorgo di progetti ci vuole una visione della città, un piano che individui le strategie complessive" aggiunge Roberto Camagni, docente di Economia urbana al Politecnico di Milano e consulente del piano strategico di Torino, La Spezia, Trento. «A Milano si sta facendo molto. Ma bisogna dare risposta ad alcune domande. Quale impatto hanno sulla mobilità i grandi progetti messi in campo? È stato fatto un controllo sui costi/benefici di carattere collettivo? Le grandi opere sono state comunicate abbastanza?».

li coinvolgimento dei cittadini è un termine ricorrente. «Negli ultimi anni si e un po' perso il senso del comunicare le trasformazioni al cittadino — spiega Manfredi Catella, presidente di Urban Land Institute Italy — questo senso civico va recuperato».

Alessia Maccaferri

 
 © Torino Internazionale 2006